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Il 2021 del Guggenheim di Bilbao e le strategie per i musei

La programmazione come indicatore di tendenze globali

Milano, 19 gen. (askanews) – Guardare alla programmazione di un grande museo internazionale, normalmente punto di riferimento per il turismo globale come il Guggenheim di Bilbao, in un anno complesso e incerto come quello che si è appena aperto dopo il 2020 della deflagrazione della pandemia, può essere un modo per intuire come potranno svilupparsi le dinamiche della cultura anche in altri luoghi e in altri contesti.

Juan Ignacio Vidarte, direttore generale del museo spagnolo, ha annunciato otto progetti tra il 29 gennaio 2021 e il febbraio 2022, con “mostre di qualità e varietà, molto attrattive per diverse tipologie di pubblico” e una particolare attenzione al ruolo delle donne artiste. Da queste parole possiamo ricavare da un lato la necessità delle istituzioni culturali che ambiscono a essere globali di parlare più linguaggi, di non rinunciare, banalmente anche per motivi di sopravvivenza economica, a progetti che sappiano coinvolgere uno spettro di pubblico più largo; dall’altro la tendenza, in corso nel mondo dell’arte ormai da anni, ma ancora evidentemente non divenuta strutturale, di ampliare anche il campo del ragionamento sull’arte abbattendo divisioni di genere, etnia, storia politica.

La prima mostra che aprirà al Guggenheim nel 2021, a fine gennaio, è dedicata a “Bilbao e la pittura”. A inizio febbraio sarà poi la volta di una mostra contemporanea dedicata alla filmmaker Alex Reynolds, nativa proprio della città basca. E’ evidente che, dato il momento, anche i musei a vocazione mondiale devono per forza riscoprire un linguaggio che possa essere locale, soprattutto in un periodo come i primi mesi di quest’anno, che saranno di certo ancora poco favorevoli al turismo.

Le altre mostre saranno dedicate agli Anni Venti del secolo scorso; alla valorizzazione di opere della collezione permanente con un taglio curatoriale sull’umorismo e la sperimentazione; alla danza, in diversi modi e diverse forme, e infine a una grande artista americana come Alice Neel e alle “Women in Abstraction”. Tre di queste esposizioni nascono in collaborazione con grandi musei stranieri, la Kunsthaus di Zurigo, il Centre Pompidou di Parigi, il Metropolitan di New York e il Fine Arts Museum di San Francisco: altra evidenza, che vale non solo per il Guggenheim, è la necessità di cooperare, sia per dividere i costi, sia per per creare format ripetibili ed esportabili. Altrettanto importante è valorizzare le collezioni, in gran parte tenute in depositi e non esposte, così come sottolineare la molteplicità delle pratiche che oggi fanno il contemporaneo. Su tutte, appunto la danza.

I grandi attori museali, come il Guggenheim di Bilbao, insomma, possono essere delle vere e proprie cartine di tornasole per capire come le istanze più forti e talvolta più radicali che emergono dalla creatività degli artisti trovano modo per essere portate poi al grande pubblico, che arriva attratto dalle architetture iconiche di Gehry, ma poi ha la possibilità di farsi sorprendere anche da ciò – opere, ma anche idee – che trova dentro il memorabile edificio.

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