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Arte contemporanea, ovvero allontanare il presente per capirlo

Nonostante i musei chiusi, uno strumento per pensare l'oggi

Milano, 11 dic. (askanews) – Il tempo della pandemia è, per definizione, un tempo del continuo presente, dell’evoluzione degli eventi, dei picchi e delle curve, dei dati quotidiani. E’ insomma un tempo di contemporaneità, al quale, benché i musei restino chiusi, l’arte contemporanea sta già fornendo degli strumenti interpretativi, legati proprio al modo in cui certe opere stanno nel mondo. Ripensando oggi a mostre, come per esempio quella di Juan Munoz in Pirelli HangarBicocca alcuni anni fa, oppure ai lavori di Tino Seghal, che hanno l’ambizione dichiarata di non esistere come oggetti, si capisce come il contemporaneo implichi una presa di distanza, che diventa automaticamente un atto di consapevole responsabilità, che ha la forza di abbattere il superfluo e gran parte delle sovrastrutture, facendo dell’artista, in un certo senso, un estraneo a se stesso.

Proprio per questo allora in grado di cogliere e vivere fino in fondo la dimensione del proprio presente, nella quale resta ovviamente calato, ma che guarda come se fosse lontano, più lontano ancora. Continuando, come ci ha detto Alberto Garutti anni fa, quella ricerca inesausta di nuove prospettive. ‘L’arte ha la sua ragion d’essere in questo bisogno di superare limiti, di andare oltre una certa soglia’.

La soglia, oggi, è la pandemia, talvolta sono proprio ‘gli altri’, e nel momento in cui tendiamo a richiuderci su noi stessi, ecco che occorre adottare delle negoziazioni costanti tra noi e ciò che chiamiamo realtà. E, ancora una volta, anche in questo senso, gli artisti contemporanei ci offrono un metodo, che sia quello di Philippe Parreno, che ricostruisce un mondo fatto di luci e suoni e apparizioni, nel quale il concetto di negoziazione è cruciale e spalanca nuove ed enormi possibilità, oppure sia quello di Anne Imhof, che qualche anno fa in Biennale a Venezia aveva mostrato con il suo ‘Faust’ le condizioni di possibilità e contestuale impossibilità di una narrazione che non fosse plurale e compromissoria. Perché, come ci insegna la Teoria dei quanti, la realtà esiste solo nel momento in cui ci interagiamo. E anche questa è una lezione per il nostro tempo pandemico.

Tempo, comunque, che a un certo punto riprenderà a scorrere fuori dal territorio dell’emergenza, riportandoci nelle mostre, nei musei, alla Biennale per l’appunto, dove l’anno prossimo aspettiamo la mostra di Architettura curata da Hashim Sarkis che si è domandato, fin da prima del Covid, come si può vivere insieme. ‘Non abbiamo scelta – ci ha ribadito l’architetto – se vogliamo continuare a vivere, dobbiamo farlo insieme’.

L’idea che passa, che ci attraversa in qualche modo, è insomma quella di una processualità, che passa attraverso la continua ridefinizione dei corpi, per esempio in Joan Jonas o in Kara Walker, ma anche nei film di Arthur Jafa o nelle installazioni di Theaster Gates, che ha ricostruito i negozi che il realismo capitalista, per dirla con Mark Fisher, aveva distrutto. E anche da qui, da questo continuo processo di rimodellazione e rinegoziazione delle condizioni del nostro stare di fronte all’arte e di conseguenza anche al mondo, passa una della qualità del contemporaneo: la sua mobilità che, nelle parole di Cecilia Alemani direttore della Biennale Arte del 2022, è anche uno strumento per relativizzare il presente estremo. ‘Siamo passati da ben peggio di quello che sta succedendo adesso – ci ha detto parlando della Mostra che verrà – e l’arte è uno degli strumenti per rimettersi in piedi e guardare al futuro’.

Quello che il contemporaneo ci può aiutare a dire, oggi, è che in quel futuro, quale che sia, noi ci saremo, a occhi aperti. Anche nel buio e misterioso sotterraneo che aveva immaginato Munoz a Londra e a Milano.

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