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Martedì 11 Agosto 2020

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Il senso dell’arte per il presente (e un 2020 senza titolo)

A Punta della Dogana a Venezia una collettiva "preveggente"

Venezia, 14 lug. (askanews) – Una mostra collettiva rappresenta sempre una sorta di scommessa con se stessa, prima che con il pubblico. Perché l’accostamento di artisti e opere diverse, per quanto guidato dallo sguardo curatoriale (che è alla base, diciamo da Harald Szeemann in poi, dell’idea di ogni mostra attuale), finisce spesso per generare dinamiche non prevedibili a priori, in una eterogenesi dei fini, per dirla con la filosofia, che è alla base del fascino di queste esposizioni, che quando funzionano lasciano un segno duraturo. Ecco, la sensazione di questa eterodossia, di questo movimento plurimo e non controllabile, anima anche “Untitled 2020”, la mostra che Caroline Bourgeois, Muna El Fituri e Thomas Houseago hanno curato insieme per Punta della Dogana a Venezia. Il tentativo ufficiale è quello di unire “Tre sguardi sull’arte di oggi” mischiando i punti di vista degli storici e degli artisti, ma il risultato finale va al di là dello schema di partenza, incastonandosi in modo sorprendente nello spirito del tempo, lo zeitgeist, che stiamo vivendo.

“Abbiamo cercato di sollevare delle domande – ha spiegato Caroline Bourgeois ad askanews – perché siamo preoccupati per il nostro futuro: ecologia, razzismo, diritti delle donne, eguaglianza… insomma a quale futuro possiamo pensare per le persone che verranno dopo di noi. Abbiamo cercato di creare un ritmo e di chiederci cosa possiamo fare, partendo da tutte le contraddizioni di cui siamo consapevoli”.

La mostra, organizzata per stanze tematiche intorno all’idea dello studio d’artista che occupa il centro della struttura, trova la sua forza nel lavoro di alcuni protagonisti decisivi, come Ed Kienholz, di cui qui è ricostruita la straordinaria installazione “Roxys”, o Marcel Broodthaers, con il suo armadio delle piccole meraviglie, o ancora Marlene Dumas, pittrice del contemporaneo come pochi altri e Betye Saar, con i suoi altari magici. Ma accanto a essi a stupire è il fatto che questi lavori, nella maggior parte dei casi realizzati prima del 2020, siano perfetti per parlarci dell’oggi, del nostro mondo che sta vivendo la pandemia e si confronta con l’idea che tutto ciò che conosciamo potrebbe svanire rapidamente, come non accadeva dagli anni più difficili della Guerra Fredda, di cui – non a caso vorremo dire – Bruce Conner ha portato qui le immagini dei test nucleari di Bikini.

“Gli artisti pongono domande, non danno risposte – ha aggiunto Bourgeois -. Ma nel loro domandare ci fanno sentire meno soli ed è una cosa che agisce a livello di sensazione, non di pensiero, perché ha una sua urgenza”.

La stessa urgenza che si coglie nel titolo della mostra, nel suo essere senza titolo, per la precisione: una finestra di indeterminatezza che è la fotografia più esatta del presente che stiamo attraversando. Contemporanei a noi stessi, così ci sentiamo dentro la mostra riguardando le fotografie di Valie Export piuttosto che il più celebre film di Arthur Jafa o ripensando alla lucidissima vena surreale che animava le creazioni di Mike Kelley. Non c’è un titolo per tutto questo, ma c’è una chiarissima sensazione di aderenza al nostro stato d’animo attuale. Nel mondo, non solo dell’arte, che non può più pensarsi come prima.

“Avevamo tutti bisogno di rallentare – ha concluso Caroline Bourgeois riflettendo sulla vita e il lavoro nel lockdown – vivevamo a un ritmo folle di eventi, di lavoro. Oggi credo che nessuno possa tornare a vivere in quel modo e allora abbiamo dovuto inventarci nuovi modi per avere degli scambi, grazie a Internet. Credo però che gli artisti devono essere anche vissuti dal vivo”.

A chiudere il cerchio intorno a una mostra che, con tutto quello che si è già detto, non è una mostra facile e richiede anche un tempo di sedimentazione nello spettatore, a chiudere il cerchio, dicevamo, arriva la consapevolezza che l’intero progetto era nato prima della diffusione globale del Coronavirus, e si è sviluppato su quella traccia, ovviamente. Ma poi, nei fatti, è diventato qualcosa che, potenza dell’influenza direbbe Borges, ha preso ancora più senso per via di ciò che è successo dopo. Questo presente senza titolo ha influenzato il passato. E qui scatta la meraviglia più profonda. Senza titolo, nel 2020.

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