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Venerdì 23 luglio 2021 - 18:31

Tokyo 2020, un’inaugurazione senza pubblico e con molto Giappone

Naomi Osaka ultima tedofora, l'Imperatore pronuncia formula di rito

Tokyo 2020, un’inaugurazione senza pubblico e con molto Giappone
Tokyo, 24 lug. (askanews) – Senza pubblico, per quasi quattro ore, nello Stadio nazionale di Tokyo sono stati inaugurati i contestati Giochi olimpici di Tokyo. Un evento che non sarà “facile” portare a meta – come ha detto ieri l’imperatore Naruhito, il quale oggi ha pronunciato la dichiarazione ufficiale di avvio – ma che a questo punto è partito e, come un treno in corsa, non è più possibile fermare.


Ci hanno provato anche stasera alcuni dimostranti a chiedere ancora una volta lo stop ai Giochi. Con i megafoni, mischiati nella folla di curiosi, hanno urlato slogan. Ma le loro voci non sono arrivate alle orecchie dei circa mille presenti all’interno dello stadio, la gran parte dei quali giornalisti.



In ossequio all’emergenza, pubblico non ce n’era. Poche le presenze anche di dignitari giapponesi e stranieri: oltre a Naruhito e al primo ministro nipponico Yoshihide Suga, il presidente francese Emmanuel Macron (Parigi ospiterà i Giochi del 2024) e la first lady Usa Jill Biden. Mancava il presidente sudcoreano Moon Jae-in, che ha dato forfeit poco prima dei Giochi prendendo atto dei contrasti con Tokyo. A rappresentare l’Italia la sottosegretaria allo sport Valentina Vezzali, che è anche una leggenda olimpica.


Naruhito, che nelle settimane scorse ha fatto filtrare grande preoccupazione per l’effetto che un evento globale di tal fatta può avere sull’andamento della pandemia Covid-19, ha pronunciato una formula secca, come pare egli stesso avesse chiesto, nella quale non figura la parola “gioia” – considerata evidentemente inopportuna in questo momento storico – ma si parla di Giochi che “commemorano Olimpia”. Accanto al presidente del Cio Thomas Bach, l’imperatore Naruhito era solo, non accompagnato dall’imperatrice consorte Masako, né da altri membri della Famiglia imperiale. Questo nonostante il fatto che nelle precedenti occasioni in cui il Giappone ha ospitato manifestazioni olimpiche, i membri della famiglia siano sempre stati in prima fila.



Suga, il capo del governo che ha pervicacemente portato avanti il progetto olimpico lanciato dal suo predecessore, Shinzo Abe, è apparso tirato. Sul buon andamento dei Giochi ha scommesso molto. Al momento è a un livello di consensi che non supera il 30 per cento – secondo i sondaggi – e spera che l’entusiasmo sportivo cancelli l’attuale clima di sfiducia attorno all’evento: in fondo sono iniziate le gare e, se cominciassero ad arrivare medaglie importanti per il Sol levante, potrebbe prodursi una congiuntura positiva. Un calcolo che a molti osservatori pare piuttosto velleitario.


Comunque a spingere per il mantenimento dell’evento c’è stato tuttavia anche un altro fatto. Tra pochi mesi i cinque cerchi faranno capolino a Pechino: avrebbe mai potuto il Giappone mancare l’appuntamento olimpico, prima che sia la Cina a portare a termine le “sue” Olimpiadi invernali?



In linea con la più classica retorica olimpica, il titolo della cerimonia messa in piedi dall’organizzazione guidata da Seiko Hashimoto, è “United by Emotion”. Ma finora, più che di emozioni, fino alla vigilia si è parlato di dimissioni: quelle del musicista Cornelius, del quale sono emerse vecchie dichiarazioni in cui si vantava del suo passato di studente bullo nei confronti dei disabili, e quelle del direttore artistico Kentaro Kobayashi, un ex comico che alla fine degli anni ’90 non mancava di fare battute sgradevoli sull’Olocausto.


Un cast di circa 1.400 persone ha danzato, ha prodotto commozione sul terreno dello Stadio nazionale, in uno spazio pensato da Yohei Taneda e costellato di simboli legati al Giappone. A partire dal grande monte Fuji, sovrastato da una sfera – simbolo del Sol levante, che poi si è aperta per ospitare il braciere olimpico – e un percorso rialzato che ricorda la cosiddetta hanamichi, la pedana che sporge verso il pubblico nel palcoscenico del teatro Kabuki.


Il braciere, in particolare, è stato disegnato da Oki Sato. E’ pensato a forma di sole, che poi si apre per diventare un fiore. Un altro braciere, più alto, è stato costruito presso lo Yume no Ohashi (Grande ponte dei sogni), che si trova sul lato del mare di Tokyo. Resterà acceso fino all’8 agosto.


Lo spettacolo ha alternato momenti emotivamente toccanti, come quando sono state ricordate le vittime della delegazione israeliana uccide a Monaco ’72 dal gruppo Settembre nero, e piuttosto divertenti, come quando dei mimi hanno creato pittogrammi umani per tutte le discipline olimpiche. L’idea di “divisi ma uniti” è stata rappresentata, all’inizio dello spettacolo, da un gruppo di danzatori che hanno usato delle corde elastiche di colore rosso, in base alla coreografia di Megumi Nakamura.


Dopo il momento istituzionale dell’ingresso dell’imperatore Naruhito allo stadio, con passaggio della bandiera del Sol levante “hinomaru” e canto dell’inno nazionale “Kimigayo”, la cerimonia è esplosa in un “matsuri”, una festa secondo la tradizione shinto. Performer abbigliati alcuni alla maniera del periodo Edo (1602-1867) e altri alla maniera odierna hanno danzato sulle note della “Kiyori uta”, un canto di lavoro dei pompieri giapponesi di epoca Edo. Montati su carri di legno, i cinque cerchi, anch’essi di legno, si sono uniti a formare il simbolo delle Olimpiadi: i Giochi come un grande “matsuri”, insomma, in una tradizione culturale e religiosa che ha come suo fulcro la nozione di purificazione. In epoca di Covid può essere di buon auspicio.


La parata degli atleti si è tenuta a ranghi ridotti. Nondimeno ha rappresentato il cuore della manifestazione: con la loro vitalità, il colore, lo sfoggio spesso di abiti tradizionali, gli sportivi hanno riportato nell’alveo dello sport la serata. Anche qui, la “giapponesità” si è infiltrata: le nazioni (a parte quella ospitante, la prossima ospitante e la rappresentativa dei rifugiati) sono state chiamate nell’ordine del sillabario giapponese “hiragana” (a-i-u-e-o, ka-ki-ku-ke-ko, ecc…). Mentre, simpaticamente, i cartelloni che introducevano le delegazioni ridotte riportavano il nome del paese all’interno di un fumetto: opportuno nel paese dei “manga”.


Un occhiolino all’idea di “peace&love” è stato strizzato quando cantanti dai cinque continenti hanno intonato “Imagine” di John Lennon, prima dell’ingresso della bandiera olimpica portata tra gli altri dall’italiana Paola Egonu. A cantare durante l’alzabandiera, bambini di scuola superiore di Fukushima e Tokyo con la Tokyo Symphony Orchestra.


L’ultima parte, che ha portato all’accensione del braciere olimpico, è stata di alleggerimento, con l’apprezzato spettacolo dei pittogrammi umani, e con un insolito duo tra il grande attore del teatro Kabuki Ebizo Ichikawa e della splendida pianista Hiromi, vincitrice di un Grammy Award.


Infine, l’accensione della fiaccola olimpica, preceduta da un passaggio di mano in mano tra i tedofori: grandi campioni del passato, medici, bambini hanno lasciato alla fine la torcia nelle mani della tennista Naomi Osaka, ex numero due al mondo. Almeno, in questo caso, una prospettiva di Giappone diverso, per la stessa biografia dell’atleta: nata negli Stati uniti da padre haitiano e madre giapponese. Da lei il Sol levante si aspetta grandi cose. (di Antonio Moscatello)


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