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Martedì 30 aprile 2019 - 20:29

Al Palladium di Roma “Il giudizio di Paride” di Marcello Panni

Venerdì 3 maggio, con una suggestiva scenografia virtuale
Al Palladium di Roma “Il giudizio di Paride” di Marcello Panni

Roma, 30 apr. (askanews) – Arie, duetti, recitativi, interludi e perfino una tempesta: i luoghi dell’opera, della sua tradizione. Si affacciano tutti ne Il giudizio di Paride – operetta morale in un atto – libretto e musica di Marcello Panni, in scena venerdì 3 maggio alle ore 21 al Teatro Palladium prodotto dalla Fondazione Roma Tre Teatro Palladium e dal Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma.

Una suggestiva scenografia virtuale, realizzata da proiezioni attraverso motion graphics, accompagna il pubblico nell’affascinante mitologia greca tra immagini di Marilyn Monroe e i teschi dell’Ade in un vortice di capricci, litigi e vanità degli Dei, con tratti molto umani e straordinariamente moderni. Prima dello spettacolo – dalle ore 19 – saranno esposti nel foyer del teatro i bozzetti di Sandro Chia per l’edizione originale del Giudizio di Paride all’opera di Bonn, del 1996.

Liberamente tratto da alcuni passaggi dei Dialoghi di Luciano di Samosata, autore greco attivo nel II secolo, il compositore romano sceglie la traduzione ottocentesca di Luigi Settembrini, lasciando ben riconoscibili gli arcaismi letterari di quella nostra lingua perduta.

Il giudizio di Paride di compone di quattro episodi. Il filo conduttore è semplice: Mercurio, messaggero degli Dei e psicopompo, cioè guida dei morti per regalo di Apollo in cambio della lira, si presenta alla madre Maia come un insonne e affaticato Leporello al servizio di Zeus. Il re degli Dei, come ogni Don Giovanni, è infedele e insoddisfatto. Tutto può perdonargli la moglie Giunone salvo il suo ultimo capriccio, l’amore pedofilo per Ganimede, che vediamo da lui ridicolmente corteggiato nel secondo dialogo. L’ira di Giunone (che non vediamo in scena) suscita la contesa delle Dee (terzo dialogo) sulla più bella, e Giove lascia a Paride il giudizio, con quel che segue. Nell’ultimo dialogo la conclusione amara sulla “Vanitas” è affidata allo stesso Menippo, a cui Mercurio sulla soglia dell’Infero mostra il miserando teschio della bella Elena, causa di tante sciagure.

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