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Sabato 22 gennaio 2022 - 14:26

Colle, tra assi, Cynar e veleni sfida per chi ‘sa stare al mondo’

Franchi tiratori, "mezzi tecnici" e mai una donna candidata davvero

Colle, tra assi, Cynar e veleni sfida per chi ‘sa stare al mondo’
Roma, 22 gen. (askanews) – Il nobile che stracciò la scheda, il Cynar per Scelba, i “mezzi tecnici” di Donat-Cattin, il vestito chiaro di Pertini, l’esercito, piuttosto nutrito, degli sconfitti e la riserva scelta degli impallinati dai franchi tiratori.


Quelli su cui i conti non tornano mai. La partita per il Quirinale è da 74 anni “la partita” della politica ma anche un lungo romanzo popolare, nazionale, di costume. Con tanti personaggi, molti vezzi, infinite ambizioni e brucianti sconfitte.



Come quella che nel suo film Paolo Sorrentino dipinge sulla faccia di Andreotti-Tony Servillo: è il 1992, il “Divo” Giulio spera di coronare la sua carriera sul Colle più alto e invece gli tocca applaudire Oscar Luigi Scalfaro che guida l’aula e viene eletto presidente. Le parole, messe in bocca a Vittorio Sbardella, racchiudono l’essenza della partita: “Guarda Andreotti, guardalo bene, e impara come si sta al mondo”. Il saper ‘stare al mondo’ è il requisito minimo richiesto ai partiti e tanto più agli aspiranti king maker per giocare alla partita del Quirinale, aprire o chiudere trattative, trovare, al momento giusto, il nome che unisce. E, in alcuni casi, convincerlo.


Fu proprio un giovane Andreotti, molti anni prima dell’elezione di Scalfaro, a persuadere per conto di De Gasperi uno schivo Luigi Einaudi ad accogliere la candidatura al Quirinale. “Ma lei lo sa che porto il bastone? Come farei a passare in rassegna i reparti militari”, l’obiezione del futuro presidente. Si narra che la risposta di Giulio Andreotti sia già stata perfettamente andreottiana: “Non si preoccupi, mica deve andarci a cavallo, al giorno d’oggi ci sono le automobili”. E con quattro scrutini la faccenda si chiuse.



Di aneddoti e battute salaci la storia delle dodici elezioni dell’inquilino del Quirinale è fitta. Nel 1948, quando non si erano ancora spente le tensioni sul referendum tra monarchia e repubblica, un nobile, Giovanni Alliata di Montereale, eletto dal Partito nazionale monarchico, strappò platealmente la scheda nella prima riunione congiunta del Parlamento. Memorabili, nel 1964, le parole di Donat-Cattin, a cui l’allora premier Aldo Moro spiegò di non ‘gradire’ il candidato della Dc al Colle, Giovanni Leone. Gli lasciò la scelta dei “mezzi tecnici”. Uscito da Palazzo Chigi Donat-Cattin spiegò ai suoi: “I mezzi tecnici sono tre: il pugnale, il veleno e i franchi tiratori”.


Nel 1955 quando al Quirinale fu eletto Giovanni Gronchi con i voti di socialisti e comunisti, che speravano di far cadere il governo di Mario Scelba, Gian Carlo Pajetta e Velio Spano fecero portare dai commessi ai banchi del governo un Cynar liscio, noto liquore digestivo.



E cosa c’è di più difficile da digerire del tradimento, del fuoco amico con i voti che vengono a mancare nella pattuglia sicura? Ne sanno qualcosa, oltre ad Andreotti, Arnaldo Forlani e Romano Prodi che recentemente ha raccontato come nel 2013 i franchi tiratori non furono 101 ma 120. E nove anni dopo non uno che sia venuto allo scoperto. Uno che magari invece di votare il Professore abbia scritto un nome a caso. E’ successo anche questo, che negli anni abbiano ricevuto voti per il Quirinale Sofia Loren, Maria Gabriella di Savoia, Barbara Palombelli, Rocco Siffredi, Giovanni Trapattoni, Valeria Marini e Vasco Rossi.


Tanti fattori, certo, influiscono nella scelta del candidato e Sandro Pertini, uno dei presidenti più amati, ne era così consapevole che nel 1978, quando sapeva di essere in corsa ma insieme a molti altri nomi, non volle trascurare nulla: se ne andava in giro sempre vestito di chiaro per spiccare rispetto a tutti gli altri in grisaglia.


E poi ci sono le donne. Anzi, non ci sono. Non ci sono proprio non solo come candidate al Quirinale (seriamente e non nelle chiacchiere), ma nemmeno tra chi deve eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Se infatti la presenza femminile in Parlamento si è rafforzata (nell’attuale legislatura è il 35%) anche per l’applicazione, alle elezioni del 2018, di misure per promuovere la parità di genere, nelle Regioni i ruoli apicali – quelli prescelti per la delega di grande elettore – sono ancora appannaggio solo degli uomini: su 58 grandi elettori le donne che sceglieranno il tredicesimo capo dello stato sono solo 6. Con Emma Bonino nel 1999 – a questo giro hanno rilanciato la sua candidatura Roberto Saviano e Carlo Calenda ma lei ha declinato – la mobilitazione “Emma for president” fu forte, anche a colpi di spot televisivi, messaggi via fax e raccolta di ‘voti’ telefonici da sostenitori. Ma si sa come finì.


Trattative, scaramanzie, veleni, assi da tirare fuori all’ultimo minuto – come la carta Sergio Mattarella nel 2015 – nella partita di politica e di vita che è l’elezione al Quirinale. Partita che dopo due anni feroci di pandemia ha, tra gli altri, un ulteriore merito. Per dirla con le parole di un pungente Giordano Bruno Guerri davanti allo stallo della trattativa: “Tutta questa vicenda ci ha un po’ liberato dal pensiero fisso del Covid e anche in modo tragicamente divertente”.


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