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Venerdì 17 aprile 2020 - 15:46

Coronavirus, La Marca (Pd): crisi economica grave quanto epidemia

"Contagio preoccupante anche in America settentrionale e centrale"
Coronavirus, La Marca (Pd): crisi economica grave quanto epidemia

Roma, 17 apr. (askanews) – Abbiamo rivolto una serie di domande ai deputati e senatori eletti all’estero sull’emergenza coronavirus, in particolare in relazione all’impatto e alle reazioni registrate nelle comunità italiane nel mondo. Questa è l’intervista a Francesca La Marca, deputata del Partito democratico, residente in Canada, eletta nella ripartizione America settentrionale e centrale. Tra i punti centrali della sua riflessione, il tema dell’economia: ‘Quella della stagnazione economica e dei pesi finanziari sui bilanci degli stati è una prospettiva non meno inquietante di quella riguardante la salute’.

D. Il pianeta è stato investito dal coronavirus in tempi diversi e con impatti finora non omogenei in tutti i continenti. Nella ripartizione dalla quale è stato/a eletto/a qual è la situazione, quali sono le aree di contagio che preoccupano maggiormente a circa un mese dalla dichiarazione ufficiale di pandemia da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms)?

R. ‘La situazione dell’espansione della pandemia nella ripartizione America settentrionale e centrale è dal punto di vista territoriale a macchia di leopardo ma, nel complesso, seria e preoccupante, ormai come in Europa. Il Canada, infatti, ne è stato investito già da diverse settimane (ha fatto notizia che la stessa first lady abbia subito il contagio, dal quale è fortunatamente guarita), con forme particolarmente acute nel Québec, dove al 13 aprile si sono registrati circa 13.000 dei 25.000 contagi complessivi. L’altro epicentro, anche se di minore consistenza, è l’Ontario, seguito dall’Alberta e dalla British Columbia. Insomma, sia detto per inciso, le aree dove è più concentrata la comunità italiana d’origine, che per altro ha pagato il suo tributo di vittime sulle circa 750 finora annoverate. Gli Stati Uniti, pur con qualche ritardo rispetto all’Europa, hanno scalato rapidamente la classifica dei Paesi più colpiti dalla pandemia. Con i loro 615.000 contagiati accertati e i 26.000 deceduti, essi sono diventati l’area geopolitica più gravemente investita. In particolare, nello Stato di New York si è manifestato l’impatto più forte di contagi e di morti, circa un 40% del numero totale. Due elementi contribuiscono a dare discontinuità al quadro statunitense, il carattere federale dello Stato, che mette ogni governatore nella condizione di incidere sugli indirizzi generali, e il sistema sanitario nel quale il forte peso della componente assicurativa si ripercuote sulle modalità e sulla qualità delle cure agli infermi. In particolare, 27 milioni di persone, l’8% della popolazione, non avrebbe alcuna assicurazione, quindi sarebbe in partenza più restia a ricorrere a cure che dovrebbero pagare di tasca loro. Il contagio in Messico è finora numericamente più contenuto, aggirandosi su un numero di 4000 contagiati e su circa 250 deceduti, con significativa concentrazione nella capitale. Ma a causa del locale sistema di protezione sociale, piuttosto limitato e approssimativo, le conseguenze della pandemia sulle condizioni di vita rischiano di essere non meno gravi. Nel complesso, l’area coperta da questa ripartizione è oggi il secondo polo della fiammata mondiale della pandemia e questo pone problemi di contenimento e di riavvio sociale e produttivo certamente complessi’.

D. Restando alla ripartizione della sua elezione, quali sono state le risposte più diffuse da parte dei governi delle varie nazioni? Provvedimenti di chiusura assimilabili a quelli italiani, o anche più drastici, sono stati adottati?

R. ‘Devo dire che il ‘modello italiano’, pur composto gradualmente non essendoci alle spalle un’esperienza consolidata, basato sulla trasparenza dell’informazione, sulla priorità della tutela della salute e della vita, sul conseguente distanziamento sociale e sull’isolamento, nonché sul sostegno delle persone socialmente più esposte all’indigenza, ha finito per diventare un punto di riferimento anche per i Paesi che sono entrati successivamente in pandemia. Questo è vero particolarmente per il Canada, che ha adottato analoghe misure di isolamento e di distanziamento sociale, ricorrendo anche ad immagini fantasiose, come quello del bastone da hockey, lungo circa due metri, per indicare la misura della distanza tra le persone. La cosa che in questa sede forse più interessa è il quadro della mobilità internazionale che risulta da queste decisioni. Sono state chiuse le frontiere tra USA e Canada, come è accaduto tra gli stessi partner europei dell’UE, e limitato l’accesso degli stranieri, a meno che non siano residenti permanenti o congiunti di cittadini canadesi, con l’obbligo, tuttavia, di dovere fare la quarantena dal momento dell’arrivo. Personalmente, mi sono dovuta interessare sia di casi di cittadini italo-canadesi impediti di tornare in Canada dall’Italia per la mancanza di voli, sia di cittadini italiani temporaneamente residenti in Canada, talvolta nemmeno iscritti all’AIRE, che hanno potuto beneficiare tuttavia della proroga dei visti in scadenza disposta dalle autorità canadesi. Negli USA ci sono state restrizioni alla mobilità e imposizioni di isolamento in momenti e con modalità diversi: Sono state comunque piene soprattutto nelle realtà, come New York, più flagellate da contagi e morti. La tempistica e il coordinamento dei provvedimenti, comunque, sono stati e restano oggetto di tensioni e di polemiche. I principali organi di stampa, infatti, hanno aperto verso l’amministrazione Trump una sorta di requisitoria circa i wasted days, i giorni sprecati, prima di raggiungere una consapevolezza adeguata della gravità della situazione, e circa l’inadeguatezza di alcuni iniziali protocolli curativi. Questo per dire che le discussioni sulle misure da adottare si collocano in uno scenario politico già fibrillante per la prossima scadenza elettorale di rinnovo dell’amministrazione statunitense. Una seconda linea di intervento riguarda il sostegno ai gruppi sociali più deboli sotto il profilo del reddito e alle attività economiche colpite direttamente o indirettamente dalle sospensioni e dalle chiusure. Quella della stagnazione economica e dei pesi finanziari sui bilanci degli stati è una prospettiva non meno inquietante di quella riguardante la salute. Su questo piano, ogni governo sta dando fondo a risorse importanti che ipotecheranno le possibilità di azione per i decenni futuri e la condizione di non poche generazioni. Su questo piano, l’amministrazione americana sta mettendo in campo tutta la sua potenza di fuoco, prevedendo una manovra shock di 2000 miliardi di dollari, un quarto dei quali destinato al sostegno dei redditi e il resto in vario modo al sostegno e all’impulso delle attività produttive’.

D. L’Italia è una delle nazioni più colpite al mondo, e l’emergenza da noi ha preceduto in molti casi la diffusione dell’epidemia in altre zone. In che modo le comunità italiane con le quali Lei è in contatto hanno vissuto le notizie drammatiche che arrivavano dall’Italia nelle scorse settimane?

R. ‘Le comunità italiane, come sempre, non hanno avuto bisogno di sollecitazioni per impegnarsi concretamente a favore del Paese di origine. Fin dall’inizio, le notizie provenienti dall’Italia sono state accolte con apprensione e dolore e l’impegno non è calato di livello, semmai è diventato più complesso, dopo che la pandemia ha raggiunto anche i luoghi di insediamento. Soprattutto negli USA alcune grandi organizzazione di benevolenza e alcuni imprenditori di origine italiana si sono subito mossi per raccogliere fondi da destinare alla Protezione civile italiana o direttamente ad alcune organizzazioni sanitarie tra le più impegnate nel contrasto al coronavirus. Lo stesso sta avvenendo in Canada, dove la più fresca rete associativa, in dialogo con i COMITES, gli organismi di rappresentanza degli italiani all’estero, esistenti per ciascuna circoscrizione consolare, sta sviluppando iniziative di raccolta fondi. Devo dire che, più di altre volte, in questa occasione si sono sentiti l’impulso e il coordinamento delle nostre autorità diplomatiche e consolari, che, su sollecitazione della stessa Farnesina, hanno cercato di valorizzare le grandi potenzialità che il retroterra italico costituisce per il nostro Paese. Questa è stata anche l’occasione per me di investire le ore della mia forzata permanenza in Canada in un lavoro di contatti e sollecitazioni verso il mondo associativo, i COMITES e semplici conoscenti con l’obiettivo di moltiplicare gli atti di generosità e di affetto verso l’Italia’.

D. Quali sono adesso i maggiori problemi che gli italiani nel mondo stanno vivendo di fronte al diffondersi della malattia anche nei Paesi in cui vivono? E in che modo lo Stato italiano li può supportare?

R ‘Gli italiani nel mondo intanto si trovano a fronteggiare due incognite generali legate alla pandemia. La prima riguarda le restrizioni alla mobilità internazionale, che ci auguriamo siano temporanee, ma nessuno può dire in questo momento quale sarà l’orientamento di ciascun governo a tale proposito. Essi sono dei migranti, per quanto qualificati, legati alla ricerca di luoghi di studio, di specializzazione e di ricerca, di realizzazione delle loro qualità professionali, di promozione di interscambio e di sviluppo di servizi qualificati, come il turismo, sicché è naturale che la libertà di movimento costituisca la base fondamentale per la realizzazione dei loro progetti di vita e di lavoro. L’altra situazione riguarda l’incertezza per il futuro e le prospettive di una pesante e lunga recessione che s’intravedono come conseguenza immediata e diretta della pandemia. Più nello specifico, distinguerei tra quelli che sono stabilmente all’estero o, nonostante tutto, intenzionati a restarvi e quelli che invece hanno maturato l’intenzione di tornare in Italia o sono stati costretti a farlo. Per i primi che si trovino in difficoltà perché hanno perso il lavoro o le occasioni di studio o risentono della diminuzione del volume dell’import-export non ho dubbi che essi debbano trovare nel sistema di provvidenze adottato dal Paese di residenza il sostegno necessario per superare la difficile transizione ed essere di nuovo incanalati nel mercato del lavoro. Attenzione, c’è un’emergenza nell’emergenza ed è quella di coloro che all’estero svolgono lavori precari, irregolari, stagionali o in nero che rischiano di rimanere fuori da tutto. L’Italia, in ambito UE, deve richiedere che il sostegno ai disoccupati non si fermi formalmente alla cassa integrazione ma includa queste situazioni. Fuori dall’UE, il nostro Paese deve contrattare bilateralmente, su base di reciprocità, la stessa cosa. Nei casi estremi, con il decreto Cura Italia sono stati integrati di 5 milioni i soldi destinati all’assistenza che i nostri consolati possono fare alle persone in difficoltà e, dunque, per ora si tratta di usare con accortezza quelle risorse. Per quelli che ritornano in Italia, non vi deve essere nessuna barriera, come invece è avvenuto a suo tempo con il reddito di cittadinanza, alla possibilità di usufruire dei sostegni che il Governo ha già stanziato per i casi di bisogno e per il cosiddetto reddito di emergenza, non appena sarà operativo. In ogni caso, la vera soluzione dipenderà dall’efficacia delle misure che, con l’aiuto dell’Europa, si metteranno in campo per il rilancio dell’economia e per il rafforzamento delle politiche di internazionalizzazione’.

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