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Venerdì 17 dicembre 2021 - 14:46

“Radici a metà, 30 anni di immigrazione romena in Italia”

Dagli anni Novanta ad oggi, l'evoluzione della presenza

“Radici a metà, 30 anni di immigrazione romena in Italia”
Roma, 17 dic. (askanews) – Poco più di un milione secondo l’ultima rilevazione Istat del 2021 sui cittadini stranieri in Italia, la comunità romena, si conferma la prima per presenza e affronta “un processo di inserimento improrogabile, che parte dal basso e che prende piede nonostante la precarietà della presenza e del posto di lavoro e i rischi di discriminazione ed emarginazione, così come è avvenuto per gli albanesi nei primi anni ’90”, recitano le conclusioni del libro libro “Radici a metà. Trent’anni di immigrazione romena in Italia”, realizzato da IDOS grazie all’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”.


“Una parte importante della comunità si sente inclusa e pienamente accettata nella società italiana; il legame creatosi nel tempo ha reso l’Italia quasi una seconda patria, sentimento che è evidente soprattutto tra i giovani, per i quali è sostanzialmente impossibile definirsi interamente romeni o italiani”, si legge ancora.



I romeni, “che in Italia erano poco meno di 10.000 in occasione del Censimento del 1991, dalla metà degli anni ’90 sono andati continuamente aumentando, con una significativa accelerazione negli anni Duemila (grazie anche a 147.900 domande di assunzione in occasione della regolarizzazione del novembre 2002 e ad altre 131.700 in occasione del Decreto Flussi del luglio 2006, queste ultime di fatto automaticamente autorizzate dopo l’ingresso nell’Ue)” e dopo aver “sfiorato il milione e duecentomila presenze nel 2018, il 1° gennaio 2021 i dati definitivi Istat sulla popolazione straniera per cittadinanza di fonte censuaria vedono la Romania ancora come la prima collettività, con 1.076.412 presenze, pari al 20,8% del totale degli stranieri”.


Di questo milione, “quasi i due terzi si concentrano nelle regioni dell’Italia centrale (29,9%) oppure del Nord-Ovest (29,1%). Seguono il Nord-Est (22,7%), il Sud e le Isole (rispettivamente 12,7% e 5,9%). Al Sud l’aumento dei romeni è stato in percentuale più consistente rispetto ai contesti del Centro-Nord, ma i valori assoluti restano comunque più bassi”. E sono “quasi 210mila nel Lazio, 172mila in Lombardia, 137mila in Piemonte e 125mila nel Veneto. Quasi un romeno su cinque risiede nel Lazio (19% del totale) e uno su sette nella sola provincia di Roma (14%)”, circa 164mila residenti.



Il 57,4% dei romeni residenti è costituito da donne (652.955), una percentuale lievemente più alta rispetto alla media nazionale (51,9%) per cui si parla di “ricongiungimenti rovesciati”, cioè a guida femminile, “ove sono le mogli a procurare le risorse economiche per il sostentamento della famiglia; sono esse a promuovere il ricongiungimento, decidendone tempi e modi; sono sempre le donne a fare da guida nell’inserimento nella nuova società, disponendo di una padronanza almeno basilare della lingua e di una certa dimestichezza con la società ricevente”.


Il libro analizza anche la socializzazione della comunità: “I romeni si sentono a casa in Italia, come in Romania, e devono fare i conti con un’integrazione transnazionale sui generis. Interessante notare che il trasferimento della cultura romena alla generazione dei bambini risulti ridotto e generalmente limitato all’uso della lingua romena nello spazio familiare. Da questo punto di vista è probabile che il risultato finale possa essere l’assimilazione”. 



“Anche in emigrazione il modello della famiglia tradizionale continua a essere considerato una scelta di vita responsabile e imperniata su una dimensione affettivo-relazionale. Nei casi più diffusi, la migrazione familiare è un processo a più stadi” con il ricongiungimento: con il ritorno in patria (più raro) o con il trasferimento dei familiari (nel nostro caso i figli) in Italia.


“Non mancano però le ombre, quelle più evidenti sono legate ad una difficoltà nel trovare il giusto spazio di rappresentanza in ambito politico e istituzionale, sia in Italia che in Romania. Si sente l’esigenza di avere un punto di riferimento in entrambi i Paesi, che conosca dall’interno i bisogni della diaspora. Dal lato italiano, una più ampia partecipazione alla vita pubblica consentirebbe di rendere la comunità romena parte integrante del processo decisionale politico, dal lato romeno consentirebbe di dispiegare in maniera efficace tutte le energie innovative che la diaspora vorrebbe mettere a disposizione del suo Paese di origine”.


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