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Venerdì 17 settembre 2021 - 15:23

Crisi climatica, se la resistenza è in Amazzonia (e con il Papa)

Documentaro e tavola rotonda al San Fedele di Milano il 27

Roma, 17 set. (askanews) – All’avvicinarsi del vertice di Glasgow sul clima, il centro San Fedele dei gesuiti, a Milano, ospita lunedì 27 settembre alle 18 una tavola rotonda in occasione della prima nazionale di un documentario che racconta il disastro ecologico da due luoghi che rappresentano un segno di salvezza, o almeno di speranza e resistenza: la foresta Amazzonica e il sinodo vaticano voluto da papa Francesco.


A parlare con il regista Alessandro Galassi del film “Anamei, i guardiani della foresta” (2021, 63′), saranno Don Virginio Colmegna, presidente Casa della carità “Angelo Abriani”, padre Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti sociali, padre Joshtrom Kureethadam, coordinatore del Settore Ecologia e Creato del Dicastero Vaticano per il Servizio allo Sviluppo Umano Integrale, e Daniela Padoan, scrittrice, associazione Laudato si’.



L’evento è inserito nel calendario ufficiale di All4Climate-Italy 2021, iniziativa del Ministero per la Transizione ecologica e del Programma di comunicazione sui cambiamenti climatici Connect4Climate della Banca Mondiale, in vista della 26° Conferenza delle Parti (COP26) della Convenzione ONU sul Cambiamento Climatico che si terrà a Glasgow nel novembre 2021.


Il documentario “mette in dialogo la resistenza degli indigeni Harakbut di Madre de Dios, nell’Amazzonia peruviana, con la profezia dell’ecologia integrale di papa Francesco”, si legge in una nota di presentazione. “Un messaggio quanto mai potente alla vigilia del vertice di Glasgow in cui i leader mondiali sono chiamati a dare concretezza politica al codice rosso sul cambiamento climatico lanciato appena un mese fa dagli scienziati dell’International panel on Climate Change. Perché non è ancora troppo tardi per cambiare rotta. Nell’ostinazione con cui i gli indigeni curano le ferite dell’Amazzonia, sfregiata dalle miniere d’oro clandestine, si nasconde la chiave di una guarigione possibile. Per la foresta e i suoi popoli come per il pianeta e l’umanità tutta. Tutto è collegato. Muovendosi con delicatezza da una sponda all’altra dell’Atlantico, il documentario è una poesia in immagini lunga 63 minuti capace non solo di raccontare ma di far percepire allo spettatore la bellezza ferita dell’Amazzonia e il suo spirito indomabile”.



Dopo la prima nazionale a Milano, Anamei inizierà il viaggio tra Vecchio e Nuovo Mondo attraverso le rassegne documentaristiche dedicate al racconto del contemporaneo.


La notizia di un imminente sinodo sull’Amazzonia, nel 2019, “mi ha colpito dato l’interesse che nutro per le questioni dell’America Latina, Continente dove ho la fortuna di vivere alcuni mesi all’anno”, racconta Galassi. “Non mi ero, però, mai occupato prima di temi vaticani né, nello specifico, dell’Amazzonia. La mancanza di esperienza mi ha consentito di approcciarmi alla grande assise sinodale con lo sguardo di un bambino. Inquadrato, non senza fatica, in un rigido protocollo, mi sono trovato di fronte la magnificenza dei luoghi della Santa Sede, popolati stavolta da un inconsueto groviglio di umanità: vescovi, cardinali, missionari, indigeni, esperti. Pur rapito dall’inconsueta scenografia, ho cercato di andare al cuore dell’evento, per leggerlo nella sua autenticità. Ho dovuto imparare ad ascoltare e a sentire, non solo con le orecchie, la voce dell’Amazzonia, portata dalle sue genti. Così ho compreso davvero papa Francesco e quanto mistico e profondo sia il messaggio di cui il Pontefice si fa tramite. Questo vissuto umano, prima che professionale, non poteva terminare con la conclusione del Sinodo. Ho sentito la necessità di visitare e vivere i luoghi e le storie che mi erano state raccontati. Ho viaggiato, così, fino a Puerto Maldonado, in Amazzonia peruviana. Se sono potuto entrare, però, davvero in questa terra è grazie a Yésica, energica insegnante Harakbut e vera ‘guardiana della foresta’. Come tale ha voluto mettermi alla prova per capire se i miei occhi di bianco occidentale erano disposti a vedere oltre il facile esotismo. Mi piace pensare di averla superata perché Yésica mi ha concesso di abitare il suo mondo. Sono partito con un’idea del lavoro che volevo realizzare. La realtà, però, mi ha preso in contropiede. Il Covid ha modificato abitudini consolidate, previsioni e progetti. Sono tornato a Roma in pieno lockdown. Il mondo – prosegue il regista – era spaventato, sospeso e incredulo. Il virus aveva fatto irruzione anche nel nostro mondo, costringendoci a toccare con mano, ogni giorno, la malattia e la morte. In piena quarantena, ho iniziato la scrittura del documentario. E’ stato uno sforzo di sottrazione fino a raggiungere l’essenza, di svuotamento di me per fare spazio al grande altro in cui mi ero immerso: l’Amazzonia”. Da questo è nato Anamei.



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