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Martedì 8 gennaio 2019 - 14:37

Jacopozzi, l’italiano che ha illuminato la torre Eiffel

Un libro ricostruisce la sua opera
Jacopozzi, l’italiano che ha illuminato la torre Eiffel

Roma, 8 gen. (askanews) – Passeggiare per le vie di Parigi ha un fascino unico. Alla sera, quando il sole declina e la città si illumina di mille luci, l’atmosfera diventa speciale: dagli Champs Élysées alla Tour Eiffel lo scenario è davvero incantevole. Per questo Parigi è conosciuta in tutto il mondo con l’appellativo di «Ville Lumière», città della luce.

Pochi sanno, però, – scrive “Il Messaggero di Sant’Antonio” nella sua edizione per l’estero – che a renderla tale è stato un italiano, Fernand Jacopozzi (1877-1932), fiorentino emigrato in Francia. Fu sua l’idea di illuminare la Tour Eiffel, simbolo della capitale francese, per poi proseguire l’opera con la cattedrale di Notre-Dame, l’avenue des Champs Élysées, l’Opera, il Moulin Rouge e i grandi magazzini del centro.

Sconosciuto in Italia e pressoché dimenticato in Francia, un recente libro ne celebra, a buon diritto, la grande genialità. Titolo del volume, scritto da Fabien Sabatès: Fernand Jacopozzi, le magicien de la lumière («il mago della luce»), edizioni Douin. «L’ho scritto – confida l’autore – dopo aver consultato i preziosi archivi storici custoditi dalla nipote di Fernand, Véronique Tessier Huort. Una ricca documentazione che mostra come il fiorentino emigrato a Parigi illuminò di mille luci una città all’epoca buia».

Cresciuto a Firenze in una famiglia numerosa (undici figli), Jacopozzi, appena ventitreenne, lasciò la sua città per cercare fortuna oltralpe. Giunto a Parigi, cominciò a lavorare come decoratore di vetrine per le feste natalizie. Già si intravedeva la sua genialità. Sostituì, infatti, i consueti allestimenti floreali con delle ghirlande leggere e delle luci, animate sul principio dei carillon, che si accendevano e si spegnevano.

Fu l’inizio di un’attività creativa che gli valse il soprannome di «mago della luce». Fu così che Jacopozzi arrivò a illuminare la Tour Eiffel, impresa ritenuta impossibile sul piano tecnico ed economico. Nel 1925 convinse gli eredi di Gustave Eiffel, l’architetto che l’aveva progettata, a realizzare l’intervento con il contributo della casa automobilistica Citroën.

Due mesi di lavoro, con gabbieri della Marina e acrobati dei circhi arrampicati sull’enorme struttura, in bilico sui piloni metallici, mentre sotto di loro la città fremeva di vita. Un vero prodigio tecnico: 250 mila lampadine in 6 colori diversi, quasi 9 mila chilometri di cavi elettrici. L’inaugurazione avvenne il 4 luglio dello stesso anno, in occasione dell’Esposizione internazionale delle Arti decorative.

Da qui gli altri interventi sui grandi siti e monumenti della capitale francese con luce indiretta e diffusa. Un modello adottato, poi, in tutto il mondo. Il volume di Sabatès restituisce finalmente la memoria di un connazionale che ha fatto di Parigi la «Ville Lumière». Con una genialità tutta italiana.

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