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Lunedì 25 giugno 2018 - 17:22

Pena Nieto al capolinea, Messico domenica elegge nuovo presidente

Lascia paese in preda a corruzione e violenza: Obrador il favorito
Pena Nieto al capolinea, Messico domenica elegge nuovo presidente

Roma, 25 giu. (askanews) – Sei anni dopo avere sedotto il Messico con il suo look da star televisiva e le sue promesse di riforma, il presidente Enrique Pena Nieto si lascia alle spalle un Paese in preda alla corruzione, alla violenza e alle violazioni dei diritti umani. I messicani saranno chiamati domenica a eleggere il loro nuovo capo dello Stato, delusi da questo ex avvocato e leader del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) che ha sostanzialmente tradito le attese dei suoi elettori, soprattutto in materia di sicurezza. “I messicani non concordano mai su nulla, ma sono d’accordo su una cosa: la politica di sicurezza di Pena Nieto è stata un fallimento”, ha commentato Sergio Aguayo, un esperto del Colegio de Mexico. E su questa insoddisfazione punta il principale avversario del Pri, nonché favorito dei sondaggi per la successione a Pena Nieto, l’esponente della sinistra messicana, Andres Manuel Lopez Obrador.

Al potere dal 2012 con una reputazione da riformatore, il “George Clooney della politica” – come lo definì una volta Cbs news – ha provato a cambiare il suo Paese con una serie di misure ambiziose nel settore dell’energia, dell’istruzione, delle telecomunicazioni e del lavoro, con una politica di sostanziale apertura agli investitori stranieri. Ma la sua popolarità, negli ultimi tempi, è crollata al 20%. Una caduta verticale che ha finito pr danneggiare il candidato del suo partito, l’ex ministro delle Finanze Jose Antonio Meade.

Secondo la legge messicana Pena Nieto non può puntare a un secondo mandato. Ma per Meade e il Pri le prospettive sono tutt’altro che rosee. Secondo gli ultimi sondaggi, l’erede designato del presidente è dato solo al terzo posto nelle preferenze degli elettori, dietro al candidato della sinistra Obrador e al conservatore Ricardo Anaya. L’ex sindaco di Città del Messico, Obrador – che i messicani amano chiamare Amlo – potrebbe fare il pieno dei voti nelle zone rurali, più povere, del Paese. “Obrador ha una straordinaria capacità di connettersi con le emozioni messicane”, ha commentato l’analista politico Jesus Silva-Herzog. Dopo una presidenza in cui è stata promessa una grande crescita economica che non si è mai materializzata, “quest’emozione è fondamentalmente rabbia contro il sistema politico e la sua gestione dell’economia”.

Dietro alla forza economica di poche grandi città, si nasconde infatti un Paese in preda ai cartelli della droga e alle forze paramilitari, in cui l’emigrazione di massa cozza con le nuove disposizioni in materia imposte al confine dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Un presidente Usa che ha messo in crisi anche il negoziato per l’Accordo americano per il libero scambio (Nafta) e imposto nuove sanzioni anche sul Messico. E i due dossier – immigrazione e commercio – sono solo apparentemente lontani. Solo poche settimane fa, l’inquilino della Casa Bianca ha avvertito: senza il muro al confine, niente Nafta. Il Messico, ha detto Trump, “sta facendo molto poco se non nulla, per fermare le persone che entrano nel Paese attraverso il confine meridionale e poi arrivano negli Usa. Se la ridono davanti alle nostre stupide leggi sull’immigrazione. Devono fermare droga e persone in arrivo” o altrimenti “io fermerò il Nafta”.

Per Pena Nieto, seppure in uscita, si tratterebbe dell’ennesimo fallimento, in un mandato segnato già da numerosi scandali. Nel 2014, due anni dopo il suo insediamento, un gruppo di giornalisti investigativi rivelò che la moglie del capo dello Stato aveva acquisito una sontuosa villa del valore di 7 milioni di dollari, in un quartiere lussuoso nella capitale, da una compagnia gestita da un amico del presidente destinatario di appalti pubblici. Uno scandalo a cui fecero seguito i non pochi casi di corruzione contestati ad taluni governatori del Pri, alcuni dei quali sono attualmente in prigione o in fuga. Nulla a confornto del peggiore rompicapo di Pena Nieto, ovvero la fuga da un carcere di massima sicurezza, nel 2015, del principale boss del narcotraffico messicano, Joquin El Chapo Guzman, leader indiscusso del potente cartello di Sinaloa.

Nonostante sia stato arrestato l’anno successivo, e poi estradato negli Stati Uniti, l’affronto per Pena Nieto e il suo governo è stato davvero pesante. Come tragico e ancora del tutto irrisolto, rimane il caso del rapimento e della scomparsa di 43 studenti nello Stato di Guerrero, nel settembre del 2014. Mentre erano a bordo di cinque autobus, diretti a una manifestazione a Città del Messico, sono stati attaccati da agenti municipali a Iguala. Le autorità messicane affermano che poliziotti corrotti li avrebbero consegnati a esponenti di un locale cartello della droga, che li avrebbero poi assassinati, gettando i corpi in una discarica. Ma esperti indipendenti della Commissione interamericana per i diritti umani (IACHR) hanno contestato questa versione in un rapporto pubblicato nel 2015. Quel che è certo è che si tratta dell’ennessimo episodio di una violenza senza fine nel Paese. Solo l’anno scorso, il Messico ha registrato un record di 25.339 omicidi.

(con fonte afp)

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