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Lunedì 25 giugno 2018 - 17:20

Messico, domenica presidenziali, in testa antiestablishment Obrador

Sinistra chiede un voto anticorruzione
Messico, domenica presidenziali, in testa antiestablishment Obrador

Roma, 25 giu. (askanews) – A poco meno di una settimana dalle elezioni presidenziali del primo luglio in Messico, il candidato della sinistra Andrés Manuel Lopez Obrador resta in testa ai sondaggi sulla successione a Enrique Pena Nieto, che lascia la guida del Paese dopo sei anni di promesse non mantenute. Ma nonostante i dieci punti di vantaggio sul candidato del partito di Azione nazionale Ricardo Anaya e sull’esponente del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) José Antonio Meade, il leader del Partito Morena ed ex sindaco di Città del Messico non può dormire sonni tranquilli. Nelle ultime settimane di mandato di Nieto, il Pri ha usato alcune delle istituzioni più importanti della nazione nel tentativo di cambiare il corso delle elezioni presidenziali, secondo il parere espresso da alcuni osservatori elettorali indipendenti ed ex funzionari di partito.

Obrador – che i messicani amano chiamare con l’acronimo Amlo – si è autodefinito come il candidato anticorruzione, facendo leva su uno dei dossier che più di ogni altro ha creato insoddisfazione negli elettori messicani durante il mandato di Pena Nieto, quello della corruzione nell’amministrazione pubblica. Negli ultimi sei anni, durante il governo del Pri del presidente Enrique Peña Nieto, la famiglia del presidente, la sua amministrazione, la compagnia petrolifera statale Petróleos Mexicanos e diversi governatori del suo partito – un tempo propagandati come la nuova generazione di leader nel Paese – sono stati accusati di flagrante corruzione. E sebbene Meade sia considerato pulito, questa pesante eredità ha seriamente danneggiato le sue possibilità di essere eletto, nonostante gli sforzi compiuti in campagna elettorale.

Da parte sua, anche Anaya, candidato di coalizione con il Partito Democratico Rivoluzionario di sinistra (Prd), è stato messo sotto accusa. All’inizio di quest’anno, il procuratore generale di Peña Nieto ha annunciato l’apertura di un’indagine sulle accuse secondo cui il candidato del Pan si sarebbe impegnato in un affare di riciclaggio di denaro illecito. Anaya, che ha negato le accuse, ha respinto ogni addebito al mittente, accusato di fare il gioco sporco. Anaya non ha potuto però evitare un danno d’immagine che ha nuociuto non poco alla sua candidatura.

A giovarsi dello scontro è stato Obrador, che si è presentato come l’antidoto necessario ai messicani. E per contrastare le indiscrezioni su affari loschi e amici scivolosi, Amlo si è definito anche candidato “antiestablishment”. D’altra parte il partito Morena, a differenza del Pri e del Pan, non ha mai avuto un presidente eletto. Ma questo – come affermato da El Pais a inizio giugno – non “garantisce” nulla. Restano invece molte incertezze. Ad esempio quelle legate alle difficoltà dei sondaggisti di ottenere un quadro chiaro delle preferenze dell’elettorato per l’alto numero di famiglie messicane che si rifiuta di partecipare ai sondaggi. E poi c’è il voto degli indecisi, che sarebbero il 10% per alcuni sondaggi e il 30% per altri.

Per cercare di convincerli, i candidati hanno condotto una campagna lunga e complicata, durante la quale i consueti slogan su crescita economica, sicurezza, stabilità, sono stati accompagnati da intimidazioni, minacce, attentati e omicidi. In questa campagna, Obrador si è inserito con una serie di promesse, in particolare aiuti finanziari a studenti e anziani e risorse per lo sviluppo agricolo, specie delle aree rurali più povere del Paese, che non a caso rappresentano – secondo i sondaggi – la base del suo elettorato. Amlo ha anche proposto l’amnistia per alcuni boss del narcotraffico messicano, il possibile coinvolgimento dello Stato nel settore energetico dopo le aperture di Pena Nieto agli investitori stranieri e la cancellazione di un nuovo progetto aeroportuale internazionale a Città del Messico.

Il Washington Post ha intravisto delle similitudini con il presidente Usa Donald Trump e con il suo programma repubblicano. Ma questo non sarebbe uno sviluppo positivo, secondo il giornale, e porterebbe solo a una serie di ulteriori problemi tra i due Paesi. Il rischio, ha segnalato il quotidiano statunitense, è che il Messico torni alle politiche fallimentari degli anni ’70 o addirittura si avvicini al modello in crisi del Venezuela.

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