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Lunedì 30 maggio 2016 - 13:25

Cyber security, che cosa dice il documento del G7 in Giappone

Esperto: per Stati capacità attacco senza framework internazionale
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Roma, 30 mag. (askanews) – La cyber security è stata uno dei temi centrali del recente vertice di Ise Shima, al termine del quale, come da consuetudine, i leader mondiali hanno redatto un documento conclusivo in cui si possono ritrovare alcune delle linee guida che le potenze del pianeta seguiranno su alcune grandi questioni.

In un momento in cui il cyber spazio è sempre più popolato non solo da criminali, ma diventa terreno di scontro tra Paesi, “il Giappone – commenta a Cyber Affairs Stefano Mele, avvocato specializzato in Diritto delle tecnologie, privacy, sicurezza delle informazioni e intelligence – ha fatto della cyber security una priorità della propria agenda di presidenza del G7. Non è un caso, infatti, che questa sia la prima volta in assoluto che i leader del G7 hanno predisposto un documento specifico completamente dedicato ai principi e alle azioni da intraprendere nel settore della cosiddetta sicurezza cibernetica”.

Per trovare un simile interessamento condiviso su questi temi e ad un così alto livello istituzionale, aggiunge Mele, “purtroppo occorre tornare indietro di ben cinque anni, quando, nel 2011, prima del 37° incontro dei leader dei Paesi del G8, l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy organizzò l’E-G8 Forum”.

In merito al contenuto, “l’odierno documento del G7 – spiega l’esperto – si concentra su temi perfettamente in linea con l’approccio strategico seguito da tempo a livello internazionale dalle principali potenze occidentali, nonché con quanto delineato nella cyber strategy europea”.

Tuttavia, rimarca ancora Mele, “ad una giustissima e sempre auspicabile riaffermazione dei principi tesi a salvaguardare i diritti umani, la privacy e la protezione dei dati personali, nonché la cooperazione e la condivisione delle informazioni per il contrasto al terrorismo e al cyber crime, ciò che appare molto interessante è l’esplicito riconoscimento da parte dei leader del G7 della possibilità che, in alcune circostanze, gli attacchi informatici possano essere qualificati sotto il punto di vista della Carta delle Nazioni Uniti e del diritto internazionale consuetudinario come uso della forza o un attacco armato. Da ciò – si affermano i leader nel documento – può discendere per gli Stati il diritto alla legittima difesa sia individuale, che collettiva, come previsto dall’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite”.

Questa tendenza, evidenzia per l’esperto “come l’approccio strategico degli Stati stia velocemente mutando da una mera difesa attiva (Active Cyber-Defence) ad un vero e proprio sviluppo di capacità offensive per il cyber spazio. Tutto ciò, però, senza che in seno agli organismi internazionali si siano consolidate delle chiare strategie su questo tema e senza soprattutto un framework internazionale di norme per l’utilizzo delle capacità offensive nel cyber spazio che sia globalmente condiviso ed accettato”.

Proprio questo, conclude Mele, “appare essere l’obiettivo su cui – almeno allo stato attuale – occorre che i leader del G7 rivolgano con urgenza la loro attenzione, al fine di evitare che la cosiddetta militarizzazione del cyber-spazio assuma contorni particolarmente foschi in assenza di precise regole di comportamento da parte degli Stati”.

(Fonte: Cyber Affairs)

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