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Mercoledì 22 giugno 2022 - 19:32

Alimentare: il faro è l’innovazione ma preoccupano rincari ed energia

Barilla (Unionfood): lavoriamo in emergenza ma pilastri made in Italy saldi

Alimentare: il faro è l’innovazione ma preoccupano rincari ed energia
Milano, 22 giu. (askanews) – Quattro imprese su 10 sono convinte che la strategia per il rilancio dell’agroalimentare made in Italy passi per un forte investimento sulla qualità del prodotto e sulla capacità di fare massa critica. La situazione contingente, tuttavia, spinge in cima alla lista delle preoccupazioni (di otto imprese su 10) l’impennata dei costi delle materie prime e dell’energia oltre che del suo approvvigionamento, ma anche la difficoltà di contenere i costi in modo da non scaricarli tutti sul consumatore (sette aziende su 10). E’ questo il messaggio che arriva da 100 aziende associate di Unione italiana food che si sono raccontate in una indagine presentata nel corso dell’assemblea annuale dell’Associazione dal titolo “L’industria alimentare italiana alla prova del futuro. L’innovazione come strategia per garantire cibo accessibile e sostenibile sulle tavole di domani”.


Qualità, dunque, ma anche necessità impellente di contenere i costi per salvaguardare i conti delle imprese e garantire potere di acquisto al consumatore. Ma come si tengono insieme queste due spinte? “E’ chiaro – ci ha detto Paolo Barilla, vicepresidente Unione italiana food – che occorre fare i conti coi fatti contingenti, perchè oggi ogni impresa ha 3-4 mesi di orizzonte e dopo non sappiamo quel che succede. Lavoriamo in emergenza perchè, come strutture organizzate per funzioni, quando vengono fuori periodi come questo, abbiamo bisogno di molta flessibilità, al che salta l’organizzazione classica e si naviga a vista ma senza perdere i pilastri fondanti del cibo italiano, della gioia di vivere il cibo che è tipica nostra”.



Per ripristinare uno scenario di sviluppo per il food made in Italy l’innovazione e gli investimenti relativi sono considerati all’unanimità la chiave: per una impresa su due addirittura è fondamentale, se non necessario, puntare sull’innovazione. “Oggi l’innovazione di prodotto è innovazione di filiera – ha aggiunto Barilla – Noi continueremo a farla perchè vogliamo fare un prodotto sempre migliore a partire dalla agricoltura. E’ evidente che questo percorso si fa insieme a tanti altri, dove le istituzioni ti aiutano e appoggiano, ci sono i finanziamenti, la parte agricola è interessata perchè nobilita il suo lavoro, per cui tutto questo diventa un aspetto culturale del Paese che bisogna portare avanti e difendere”. E qui però viene fuori anche l’ottimismo innato nell’imprenditore che, seppur ragionevolmente in apprensione per i prossimi due anni, in sei casi su 10 nutre anche buone speranze di tornare a una situazione più favorevole per i nostri prodotti (ma non manca una piccola quota di imprese – 3 su 10 – che vedono nella situazione attuale un rischio concreto di chiusura della propria attività imprenditoriale).


E l’impegno in sostenibilità? Riusciranno le aziende a garantire i target di medio-lungo periodo che si sono dati? L’indagine riporta che per sette aziende su 10 le difficoltà attuali non fermeranno gli investimenti in corso, oramai da anni, in sostenibilità (anche se non tutte saranno in grado di mantenere inalterata questa strategia, al di là della loro determinazione ad andare avanti) e per l’84,5% delle aziende, la crisi darà una spinta al nostro sistema, diventando una vera e propria opportunità. Per Paolo Barilla è un investimento necessario anche per la sostenibilità economica dell’azienda. “Oggi le persone non ti scelgono perchè tu sei sostenibile perchè è difficile capire questo termine, pretendono che tu faccia un percorso che è quello che vogliamo fare, è un nuovo attributo – ha spiegato – ci sono fasce della popolazione più giovani che sono sensibili e se tu non gli dimostri certe cose non ti scelgono. Ma sono rappresentative di una grossa fetta del mercato? Non ancora è ovvio ma tra 10-15-20 anni devi essere attrezzato altrimenti sei fuori”. In ogni caso “è un fatto di cultura: quando c’è la cultura non la cambi anche quando ci sono le emergenze. E quella è la cultura del food patrimonio dell’Italia da salvaguardare e sottolineare sia come impresa, che come associazione e come istituzioni”.



Altro elemento chiave per l’agroalimentare italiano è l’export: se ci si interroga sui nuovi significati e sulle nuove geografie della globalizzazione, per due aziende su tre (67,6%) l’export resterà al centro delle loro strategie. C’è anche chi ritiene possibile che nel medio periodo la quota relativa al mercato nazionale possa comunque crescere di qualche punto percentuale (il 43,8% delle aziende). Per la maggioranza delle aziende (54,3%) si tratta di innovazione di prodotto, senza la quale non c’è futuro sui mercati, nazionali e internazionali. Mentre una minoranza, una impresa su 4 (23,8%), pensa sia giusto privilegiare l’innovazione di sistema, con l’ammodernamento d’impianti e linee di produzione delle proprie aziende; pochissimi gli imprenditori che ritengono che sia da privilegiare la leva del prezzo più basso – con il quale sbaragliare competitor con prodotti più convenienti dei nostri – o un’offerta che abbraccia anche tipologie di prodotti finora non tipiche della nostra produzione.


Infine, uno sguardo ai conti aziendali: per il 40% delle aziende, nei prossimi 12 mesi, la previsione è di un aumento delle vendite.



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