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Lunedì 17 maggio 2021 - 11:46

Agnelli (Confimi Industria): l’89% delle imprese non licenzierà

Oltre il 30% intende assumere ma non trova operai specializzati
Agnelli (Confimi Industria): l’89% delle imprese non licenzierà

Roma, 17 mag. (askanews) – Quasi il 90% delle piccole e medie imprese manifatturiere non ha intenzione di lasciare a casa i propri dipendenti al termine del blocco dei licenziamenti. Oltre il 30% delle aziende è, invece, pronto ad assumere ma fatica a trovare figure specializzate, dai falegnami ai saldatori. Il presidente di Confimi Industria, Paolo Agnelli, in un’intervista ad Askanews, illustra i risultati di una recente indagine realizzata dalla confederazione e traccia un primo bilancio dell’impatto della pandemia sul tessuto manifatturiero italiano.

La pandemia da Covid-19 ha duramente colpito il tessuto produttivo del Paese. Qual è la situazione delle imprese da voi rappresentate?

“Chi non aveva una finanza ben strutturata ha registrato forti indebitamenti o ha chiuso in virtù del fatto che stava in piedi solo sul giro d’affari e non sulla sua posizione finanziaria netta. Prima del Covid, in Italia, chiudevano 250 aziende al giorno. Questo numero con il Covid, sicuramente, è andato ad aumentare. Nei dieci anni precedenti al Covid hanno chiuso in Italia 850mila imprese, per cui noi eravamo già ammalati. Ma ci sono anche delle questioni diciamo ‘positive’. Il mercato si è raffinato: utilizzando il linguaggio botanico si potrebbe dire che sono state fatte delle potature abbondanti e questo ha fatto bene alla pianta perchè certe aziende che erano in difficoltà creavano qualche problemi alle aziende che andavano bene. Abbiamo visto poi una rigidità bancaria sempre più accanita, mentre avrebbero dovuto essere più morbidi. E abbiamo visto, poi, che nei momenti di difficoltà ognuno si è dato da fare per inventarsi qualcosa di nuovo e questo porterà in futuro delle modifiche positive al fatturato o all’organizzazione. Infine la pandemia ha messo in evidenza come i nostri servizi commerciali siano piuttosto vecchiotti”.

Cosa pensa delle azioni messe in campo a sostegno delle aziende, sono state sufficienti?

“Ci sono state molte incongruenze. Io, ad esempio, ho anche, all’interno del mio Gruppo, un ristorante nato nel 2019 e non abbiamo preso un euro perchè la legge dice che bisogna fare il confronto con il 2019. Ma se uno nasce nel 2019 ha pochi confronti da fare, il fatturato era zero e meno di zero non è possibile. Questa è una lacuna più volte denunciata anche perchè ci sono stati molti casi del genere. I famosi ristori, poi, sono stati insufficienti, 3-4mila euro a chi, magari, ha dovuto chiudere non ha senso. Cosa ben più intelligente, invece, ha fatto la Germania che non ha dato ristori a fondo perduto, ma ha dato un 70% del fatturato come prestito decennale, garantito dallo Stato, a tassi ridicoli”.

I sindacati chiedono una proroga, fino a fine anno, dello stop ai licenziamenti. Da una vostra recente indagine emerge che quasi il 90% delle pmi manifatturiere non intende licenziare. Quali le prospettive per il mercato del lavoro?

“Per la nostra indagine abbiamo preso come campione mille pmi del manifatturiero del nord, centro e mezzogiorno Si tratta di aziende che vanno da 10 a 249 dipendenti. L’89% delle aziende non ha nessuna intenzione di licenziare al termine del blocco dei licenziamenti. C’è poi un 32% delle imprese che ha in previsione nuove assunzioni. La manifattura quindi non licenzia, al contrario assume anche se fa fatica a trovare il personale richiesto. Mancano figure come il fabbro, il falegname o il saldatore. Alle pmi non servono laureati ma operai specializzati”.

La crisi delle materie prime è un grande problema per le aziende. Quali gli impatti e come andrebbe affrontata?

“Non è una questione che può essere affrontata per legge. E’ il libero mercato che si muove e non esiste una regola che metta al riparo dal libero mercato. A livello internazionale l’economia della Cina e quella degli Stati Uniti sono ripartite alla grande facendo man bassa delle materie prime che a loro servono come acciaio, alluminio e polimeri. E’ chiaro che ci ha colto tutti impreparati. Le aziende, anche quelle italiane, chiedono acciaio e ne hanno davvero bisogno per produrre. Non è un giro speculativo. Questa è un’ulteriore prova del fatto che le aziende italiane sono piene di lavoro, hanno commesse anche per l’estero. Questo ci fa ben sperare”.

(Di Maria Luigia Pilloni)

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