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Martedì 9 marzo 2021 - 12:24

Almeno una baby sitter su 10 non ha più lavorato durante pandemia

Indagine "Le Cicogne" sul lavoro delle tate durante il Covid 19.
Almeno una baby sitter su 10 non ha più lavorato durante pandemia

Milano, 9 mar. (askanews) – Almeno una o un baby sitter su dieci non ha più lavorato durante la pandemia; mentre rispetto alla fase di pre-pandemia sono state ridotte le ore di aiuto e assistenza nel 36 per cento dei rapporti di lavoro. E’ quanto emerge dal una survey condotta tra famiglie e baby sitter dalla piattaforma Le Cicogne. L’indagine, che ha intrecciato le risposte di oltre 350 utenti, tra famiglie in cerca di assistenza e babysitter selezionate, consente di dare un perimetro numerico ad un fenomeno condiviso, e toccato con mano con non pochi disagi, da genitori e lavoratori durante la pandemia: il radicale cambiamento di abitudini familiari imposto nelle case con bambini da smartworking, lockdown e quarantene.

Tra famiglie e babysitter, l’11 per cento di risposte conferma la riduzione del 100% delle ore lavorate e di utilizzo di una babysitter rispetto la fase di pre-pandemia. Per un altro 35%, invece, c’è stata una rimodulazione in senso più flessibile degli orari di utilizzo del servizio di baby sitter in base alle necessità lavorative distribuite tra mattina, pomeriggio e sera. Solo il 36% ha dichiarato che non ci sono stati cambiamenti rispetto al periodo pre-pandemia.

“E’ indubbio che la pandemia ha avuto un impatto dirompente nell’ambito del lavoro da baby-sitter. La combinazione di due fattori decisivi come l’ampio ricorso allo smart working e la chiusura delle scuole hanno determinato profondi cambiamenti – spiega Monica Archibugi, founder de ‘Le Cicogne’ – Da sottolineare, poi, un altro aspetto decisivo, ossia i timori dei contagi e quindi la diffidenza delle famiglie di accogliere in casa personale sconosciuto. Tutto questo ha portato, per certi versi, alla riduzione della domanda di servizi di baby sitter, soprattutto a seguito dello smart working o dei periodi di non lavoro e per la contestuale disponibilità di parenti ed amici (per varie ragioni) a coprire le esigenze familiari in questo senso. Dall’altro, tuttavia, la periodica chiusura delle scuole ha sostenuto parzialemente la domanda di servizi di baby sitting prevalentemente per particolari fasce della popolazione, soprattutto quelle appartenenti alle categorie più agiate”.

Il 44% delle famiglie – con figli sotto i 18 anni – ha dichiarato che a seguito del diffondersi della pandemia non ha proseguito con un servizio di baby sitter sostanzialmente per due ragioni. La prima: non lavorando o lavorando da casa non hanno più avuto la necessità di un o una baby sitter. La seconda: la sicurezza e la tutela della salute dei propri familiari. Ciò nonostante comunque per circa un terzo del 44% l’esigenza di un servizio di baby-sitter o di un aiuto in tal senso è comunque rimasto. Tant’è che la stragrande maggioranza per sopperire a tale necessità si è rivolta ad amici o parenti. Durante la pandemia, ossia da febbraio 2020 a febbraio 2021, la ricerca di un o una baby sitter è infatti avvenuta nel 59% dei casi chiedendo ad amici e parenti, il 14% con il passaparola, il 22% rivolgendosi a portali online di ricerca baby sitter.

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