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Venerdì 4 dicembre 2020 - 10:00

Censis, il sistema Italia: “Una ruota quadrata che non gira”

Al motto "meglio sudditi che morti" si radica la "bonus economy"
Censis, il sistema Italia: “Una ruota quadrata che non gira”

Roma, 4 dic. (askanews) – Nell’anno della paura nera l’epidemia ha squarciato il velo sulle nostre vulnerabilità strutturali: il re è nudo! E ha vinto la logica “meglio sudditi che morti”. E’ la tesi del Censis, spiegata nel 54esimi Rapporto sulla situazione sociale del Paese secondo cui nelle “vite a sovranità limitata” degli italiani si è radicata “la bonus economy”.

In media, calcola infatti l’istituto, sono stati trasferiti 2.000 euro a testa a un quarto della popolazione. Intanto si ingrossa il lago della liquidità precauzionale: +41,6 miliardi in sei mesi, “così le famiglie si immunizzano dai rischi”. Ma non è stata mai così profonda la frattura tra i garantiti e i non garantiti, i quali ora temono la discesa agli inferi della disoccupazione.

A pagare il conto soprattutto giovani e donne, prosegue il Censis: per loro già persi quasi 500.000 posti di lavoro. Mentre ormai solo il 13% è pronto a tornare a rischiare aprendo un’impresa. E tra antichi risentimenti e nuove inquietudini, ora spuntano i favorevoli alla pena di morte: a sorpresa sono il 44% degli italiani.

Sul sistema-Italia lo studio usa l’immagine di “una ruota quadrata che non gira”: avanza a fatica, suddividendo ogni rotazione in quattro unità, con un disumano sforzo per ogni quarto di giro compiuto, tra pesanti tonfi e tentennamenti. “Mai lo si era visto così bene come durante quest’anno eccezionale, sotto i colpi dell’epidemia. Privi di un Churchill a fare da guida nell’ora più buia, capace di essere il collante delle comunità, il nostro modello individualista è stato il migliore alleato del virus, unitamente ai problemi sociali di antica data, alla rissosità della politica e ai conflitti interistituzionali. Uno degli effetti provocati dall’epidemia è di aver coperto sotto la coltre della paura e dietro le reazioni suscitate dallo stato d’allarme le nostre annose vulnerabilità e i nostri difetti strutturali, del tutto evidenti oggi nelle debolezze del sistema – l’epidemia ha squarciato il velo: il re è nudo! – e pronti a ripresentarsi il giorno dopo la fine dell’emergenza più gravi di prima”.

Il 73,4% degli italiani, riporta il Censis, indica nella paura dell’ignoto e nell’ansia conseguente il sentimento prevalente. Che porta alla dicotomia ultimativa: “meglio sudditi che morti”. Lo Stato è il salvagente a cui aggrapparsi nel massimo pericolo. Il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva, lasciando al Governo le decisioni su quando e come uscire di casa, su cosa è autorizzato e cosa non lo è, sulle persone che si possono incontrare, sulle limitazioni alla mobilità personale. Il 38,5% è pronto a rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, accettando limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione e di iscriversi a sindacati e associazioni. Il 77,1% chiede pene severe per chi non indossa le mascherine di protezione delle vie respiratorie, non rispetta il distanziamento sociale o i divieti di assembramento.

E poi il 76,9% è convinto che chi ha sbagliato nell’emergenza, che siano politici, dirigenti della sanità o altri, deve pagare per gli errori commessi. Il 56,6%, dice ancora lo studio, chiede addirittura il carcere per i contagiati che non rispettano rigorosamente le regole della quarantena. Il 31,2% non vuole che vengano curati (o vuole che vengano curati solo dopo, in coda agli altri) coloro che, a causa dei loro comportamenti irresponsabili, si sono ammalati. E per il 49,3% dei giovani è giusto che gli anziani vengano assistiti solo dopo di loro.

Oltre al ciclopico debito pubblico, le scorie dell’epidemia saranno molte. Tra antichi risentimenti e nuove inquietudini e malcontenti, persino una misura indicibile per la società italiana come la pena di morte torna nella sfera del praticabile: a sorpresa, quasi la metà degli italiani (il 43,7%) è favorevole alla sua introduzione nel nostro ordinamento (e il dato sale al 44,7% tra i giovani).

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