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Venerdì 2 dicembre 2022 - 14:50

Donne, diritti e collettivi: il Sistema dell’Arte per ArtReview

Come ogni anno la classifica dei personaggi più influenti

Donne, diritti e collettivi: il Sistema dell’Arte per ArtReview
Milano, 2 dic. (askanews) – Il Sistema dell’Arte contemporanea è un piccolo mondo a volte molto chiuso, spesso autoreferenziale, governato in buona parte dalle leggi del mercato e da cifre che si possono in alcuni casi serenamente definire “folli”. Ma è anche altro, per fortuna, per esempio un sensore particolarmente sensibile, e spesso in anticipo sui tempi, rispetto alle dinamiche della società, alle tendenze del costume e alla rilevanza di certe tematiche globali. In questo senso la classifica annuale dei Power100 della rivista ArtReview, che elenca i personaggi più influenti del Sistema artistico si rivela anche una possibile cartina di tornasole applicabile alla società in generale. Che da questo particolare punto di osservazione assume la forma di un laboratorio di pluralità, chiamato a prendere posizione su temi chiave come i diritti civili, il femminismo, l’Altro. Con un occhio sempre alla complessità di ogni situazione e, ovviamente, con la componente economica che resta centrale, in una prospettiva che è strettamente capitalista, ma prova a prendere consapevolezza maggiore dei diritti dei lavoratori.


Entrando nello specifico, e quindi nelle dinamiche dell’arte, spicca per il 2022 la preponderanza delle due manifestazioni chiave del contemporaneo nel mondo: Documenta di Kassel e la Biennale di Venezia. I primi due posti della classifica di Power100 sono infatti occupati dal collettivo di Jakarta ruangrupa, che ha curato l’evento in Germania e da Cecilia Alemani, che invece ha progettato la Mostra veneziana. Due scelte che sono anche indice di come la pandemia abbia, per così dire, tolto i fronzoli e costretto tutti, perfino questo mondo dell’arte ritenuto a volte (a torto) come del tutto staccato dalla realtà, a fare i conti con le cose fondamentali, i momenti decisivi, per dirla con Cartier-Bresson. E Kassel e Venezia lo sono, e le due proposte fatte per questo 2022 sono state potenti e profondamente calate nello spirito del presente, come espressione del modo in cui l’arte può rappresentarlo e, in un certo senso guidarlo. Il collettivo ruangrupa ha permesso, scrivono su ArtReview, “agli artisti di parlare per se stessi” e di “crearsi da soli le regole”, per questo ha portato un cambiamento di prospettiva che genera nuove sfide al potere costituito e, attraverso queste sfide, diventa influente a sua volta. Per Cecilia Alemani, invece, la rivista nota la capacità di avere dato vita a una Biennale “acclamata” proprio nel momento in cui sembrava che un certo tipo di mega esposizioni non fossero più possibili. Il suo “Latte dei Sogni” ha saputo unire una postura politica a una ricerca storica e contemporanea sulle dinamiche dell’arte, sulle sua pratiche, comprese quelle più tradizionali di pittura e scultura.



La cifra della classifica di quest’anno, però, viene data anche dalla terza posizione, che è un po’ figlia delle prime due, ma prende uno status di forza autonoma nel momento in cui si assume la rappresentazione delle istanze di chi nell’arte ci lavora: sul terzo gradino di questo podio, dove in anni passati c’era stato, per esempio, il movimento #metoo oggi ci sono le “Union”, i sindacati e i gruppi di attivisti dei lavoratori dell’arte, in lotta per il riconoscimento dei pieni diritti degli operatori del settore culturale. Anche questa è una battaglia che rientra nella nuova consapevolezza invocata sia a Kassel sia a Venezia e che si inserisce nei grandi trend della società, che riflettono spesso una tendenza al politicamente corretto su cui si può discutere all’infinito, ma che hanno anche la forza di tendere, almeno in questo caso, a una maggiore equità (se non vogliamo dire giustizia) sociale. In particolare nella motivazione viene citata l’associazione AWI Art Workers Italia, che unisce artisti, curatori e altre figure professionali del nostro Paese.


E gli artisti? Dal quarto posto in avanti tocca a loro: la teorica, apprezzatissima da ArtReview, Hito Steyerl sta proprio ai piedi del podio, e con lei nella top ten ci sono il più influente dei fotografi-artisti contemporanei, Wolfgang Tillmans (posto 6), fresco di grande retrospettiva al MoMA di New York. A seguire il Leone d’oro 2022 della Biennale, l’americana Simone Leigh, grande interprete delle tematiche della blackness e del femminino (posto 7) e una vera leggenda come Nan Goldin, simbolo di un certo modo di stare con tutta la propria vita e il proprio impegno dentro l’arte (posto 8). Completano le prime posizioni il poeta e attivista nero Fred Moten (posto 5), anche lui tradizionalmente molto apprezzato da ArtReview; il potentissimo gallerista David Zwirner, che porta il messaggio del mercato, ma anche della ricerca di messaggi artistici forti (posto 9) e il filantropo e presidente della Ford Foundation, Darren Walker (posto 10). Come si vede anche il bilanciamento tra le componenti del Sistema è consono a una classifica che si vuole porre come autorevole e sfaccettata, per quest’anno con una decisa presa di posizione sulla strada, se non vogliamo dire dell’impegno (ma possiamo farlo), per lo meno di un a maggiore consapevolezza. Che configura una visione assolutamente non banale della fluidità del mondo, non solo quello artistico.



Le altre posizioni rispecchiano questa postura generale dei Power100, plurali e dialoganti come è giusto che il Sistema provi realmente a essere: artisti, direttori di museo, filosofi (tanti, ed è una buona notizia), presidenti di fondazioni, galleristi ovviamente (ma questi ultimi meno influenti da un certo punto di vista, e anche questo è un dato su cui conviene tenere le antenne alzate in vista del futuro). Molto spazio alle immagini in movimento, con la schiera pressoché completa degli artisti più rappresentativi, partendo dagli australiani del Karrabing Film Collective per poi arrivare ad Arthur Jafa, Steve McQueen, Isaac Julien, Apichatpong Weerasethakul.


Chiudiamo con uno sguardo all’Italia, anche questo molto significativo: in classifica ci sono quattro donne, della Alemani si è detto, le altre sono Miuccia Prada (posto 45), Patrizia Sandretto Re Rebaudengo (posto 60) rispettivamente alla guida delle celebri fondazioni a Milano-Venezia e a Torino, e poi Lucia Pietroiusti (posto 90), che ha co-curato la Biennale Gherdeina. Unico uomo, seppur di spessore, Massimiliano Gioni, al 95esimo posto. In un Paese che – si veda il ministero – anche nella cultura resta molto patriarcale e legato alle citazioni in latino, sono segnali che vale la pena considerare con speranzosa attenzione.



(Leonardo Merlini)


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