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Mercoledì 14 luglio 2021 - 19:05

Boltanski, l’artista della memoria che riconosceva la Storia

Scomparso a 76 anni a Parigi, maestro dell'esibizione come medium

Boltanski, l’artista della memoria che riconosceva la Storia
Milano, 14 lug. (askanews) – “L’osservatore non deve scoprire, deve riconoscere. In effetti non si tratta solo dell’osservatore, ma anche del creatore: neppure lui scopre, bensì riconosce. Non facciamo nient’altro che riconoscere: quando scriviamo, quando dipingiamo… In realtà riconosciamo. Tutto è già conosciuto, tutto è lì, e a volte riconosciamo qualcosa”. Diceva così Christian Boltanski, uno degli artisti che hanno dato forma al contemporaneo per come lo intendiamo oggi, in una storica intervista con Hans-Ulrich Obrist del 2003.


Nato a Parigi nel 1944, Boltanski, che il grande curatore Harald Szeemann aveva definito “maestro dell’esibizione come medium”, è morto oggi nella capitale francese. La sua carriera artistica lo ha portato a esporre nei principali musei del mondo e a partecipare più volte a Documenta a Kassel e alle Biennali di Venezia. Tra i temi principali del suo lavoro, vasto e spesso destinato all’impermanenza, con la stessa distruzione dell’opera come parte integrante del progetto, spicca certamente quello della memoria, in particolare dell’Olocausto, che prende la forma dei volti delle vittime o piuttosto di oggetti ritrovati, di vestiti, ma pure di suoni e immagini che sembrano riemergere dal Tempo per tornare a raccontare e a testimoniare. Appunto ci permettono di riconoscerli nuovamente.



Perché anche in Boltanski uno dei punti chiave ha a che fare con le informazioni, e viene in mente il modo in cui si intende questa parola nel grande romanzo di Martin Amis intitolato proprio “L’informazione”. “Un artista – aggiungeva sempre nella conversazione con Obrist – accumula una quantità incredibile di informazioni. Conosce tutto. E poi, occasionalmente, una parte delle cose che ha dentro emerge in superficie. Accumuli tutte queste cose, finché a un certo punto frughi nel cestino dell’immondizia, o in quella grande borsa, e le utilizzi tutte quante”. Una frase che non può non farci pensare a uno degli ultimi grandi progetti di Boltanski in Italia, la mostra “Take Me (I’m Yours)”, concepita proprio con Obrist nel 1995 e riproposta, in versione aggiornata ai tempi del Web, in Pirelli HangarBicocca a Milano nel 2017. Tutte le opere esposte erano destinate a essere prese dal pubblico, che nel momento in cui partecipava al tempo stesso attivava la mostra nella sua dimensione più profonda e, contemporaneamente, la distruggeva. E l’esposizione arrivava al suo massimo risultato esattamente quando non rimaneva più nulla nelle sale espositive. A partire dalle grandi montagne di vestiti usati che i visitatori potevano prendere e portare a casa, che sono una delle immagini più note del lavoro di Boltanski, ovviamente insieme alle sue grandi installazioni video-fotografiche.


La Storia, poi, il Novecento, con i suoi drammi e le sue follie, aveva segnato profondamente la vita della famiglia Boltanski. Tanto da fare dire all’artista che “ci sono veramente pochi temi, ed è chiaro che la morte è il più frequente. Ma al tempo stesso, nella vita di tutti i giorni, la morte non è nient’altro che uno spettacolo. Non è nulla se non un’immagine in una fotografia o alla televisione. La morte è sempre lontana da noi, esiste solo per gli altri”. Ed esiste anche nelle installazioni di Boltanski, nella sua ossessiva ricerca delle tracce di quegli stessi “altri”, che alla fine si possono rivelare solo e soltanto come uno specchio in cui riflettere noi stessi.



Un altro memorabile progetto di Christian Boltanski lo ha portato a installare nel deserto di Atacama il Cile 300 campanellini giapponesi su piante mosse dal vento in un luogo naturalisticamente meraviglioso, ma anche ostile e tragicamente diventato un cimitero per le vittime della dittatura di Pinochet. Qui il suono delle campanelle crea una musica che sembra venire dal cielo, qualcosa di celestiale. E accompagna la solitudine e l’affetto con cui i familiari ancora vanno sul posto a cercare le tracce dei propri cari. E’ possibile che proprio in questa unione, apparentemente impossibile di bellezza estrema e dramma assoluto ci sia una delle lezioni più importanti che l’arte di Boltanski ci lascia.


(Leonardo Merlini)



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