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Martedì 8 giugno 2021 - 16:30

Hirst a Villa Borghese, archeologia di una narrazione totale

Un grande evento, ma senza la sospensione dell'incredulità

Hirst a Villa Borghese, archeologia di una narrazione totale
Milano, 8 giu. (askanews) – La mostra di Damien Hirst alla Galleria Borghese di Roma, “Archaeology Now” è senza dubbio un evento importante per la ripartenza della vita culturale italiana, che ha avuto una sorta di messa in moto con l’apertura della Biennale di Architettura di Venezia e tutti gli eventi a essa in qualche modo collegati. L’arrivo di Hirst, uno dei grandi sacerdoti del contemporaneo e del mercato, nello storico museo romano è già di per sé una combinazione che innesca una sensazione di elettricità. Gli spazi e i materiali, il confronto tra le sculture dell’artista britannico e i magnifici modelli classici e l’installazione della grande opera “Hydra e Kalì” nel giardino fanno il resto, chiudendo il cerchio intorno a una mostra destinata ad avere grande successo (e probabilmente anche a rilanciare le quotazioni dell’artista di Bristol, sempre attento anche alla componente di valore economico del proprio lavoro). Insomma una sorta di grande celebrazione della carriera di un ragazzaccio che si è fatto da solo fino a diventare una delle superstar del Sistema dell’arte, imponendo le proprie visioni e creando degli standard. Una celebrazione che, per lui che ha ammesso di amare l’idea di rovine, nel contesto storico romano trova un ulteriore livello di lettura.


Molte delle opere presenti a Roma provengono dal progetto “Treasures from the wreck of the Unbelievable”, che Hirst ha realizzato a Palazzo Grassi-Punta della Dogana a Venezia nel 2017. A questi si aggiungono alcuni lavori nuovi e dei dipinti della serie “Colour Space”, ma il nucleo forte della mostra, co-curata da Anna Coliva e Mario Codognato, sono i reperti di quel folle volo veneziano, a tutti gli effetti una mostra epocale e probabilmente irripetibile. A rendere unico e vivo il progetto realizzato con la Collezione Pinault era stata però la poderosa narrazione della mostra stessa, che partiva dal principio, fissato dal poeta Samuel Taylor Coleridge nel 1817, della “volontaria sospensione dell’incredulità”, che portava ogni opera, ogni didascalia, ogni persona e ogni momento di quell’esposizione a essere – in sé – un atto concettuale clamoroso. Il punto era la costruzione di una grande storia che riguardava il ruolo dell’artista, i meccanismi della finzione, la partecipazione attiva del pubblico, il senso del tempo e dell’estetica e soprattutto, come stavano a testimoniare due mani giunte in preghiera (forse ispirate alle mani della madre di Hirst), sull’atto di fede che veniva richiesto a chi decideva di varcare le porte del museo e abbracciare il mondo sottomarino e alternativo che nelle sale veniva raccontato. Quell’atto di fede, quella sospensione dell’ordinarietà, quella totale compattezza di tutto il colossale meccanismo della mostra erano la mostra ed erano un atto a loro modo sovversivo, giocato ovviamente sulla scala e sulla sensibilità di Damien Hirst, ma, a livello di concetti, forte anche a prescindere da queste due caratteristiche specifiche. Si vedeva moltissimo, compresi i video che documentavano il ritrovamento delle sculture che sarebbero affondate insieme alla grande nave di Cif Amotan, ma quello che contava davvero era ciò che non si vedeva, ossia l’idea che sosteneva, quasi come una forza gravitazionale, tutto il resto della mostra.



“Somewhere between lies and truth lies the truth”, recitava una grande scritta all’ingresso della sede di Punta della Dogana: da qualche parte tra la menzogna e la verità si trova la verità. Il punto era questo, soprattutto per l’atto creativo totale che sottintendeva e per la modalità spuria, giocosa, sfuggente e totalizzante con cui lo metteva in atto. Era la messa in scena, poderosa anche dal punto di vista del mercato, nessuno lo vuole tacere, di una nuova svolta nella carriera di Damien Hirst e vedendolo aggirarsi quasi furtivo e sottilmente inquieto nei giorni dell’anteprima era stato strano e interessante. Un atteggiamento piuttosto diverso da quello con cui l’artista, almeno a leggere le cronache uscite in questi giorni, si è presentato a Villa Borghese, con tutta la consueta sicurezza e anche un sottile gusto della spacconeria. Ma questi sono elementi accessori, la questione, a nostro avviso, è la perdita di quell’elemento narrativo unico e di quell’aspetto di fede nella costruzione artistica. E se la prima condizione era molto probabilmente impossibile da replicare (e infatti la mostra veneziana è stata un unicum completo in se stesso) la seconda oggi, a guardare Villa Borghese da lontano, sembra mancare, sembra essere stata sostituita dal confronto tra i secoli e i materiali. La celebrazione ha sostituito il dubbio, in un certo senso, la magnificenza – anche spaventosa – ha fatto scansare più in là l’anima concettuale che aveva sostenuto la nascita delle sculture. Nessuno scandalo, per l’amore del cielo, anzi si sente soffiare forte un vento caravaggesco in uno dei più caravaggeschi dei musei e va tutto bene. Però qualcosa dell’intensità contemporanea che aveva reso grande l’Hirst veneziano e rinnovato la sua lezione, oggi può apparire perduta, tanto da richiedere un’operazione di auto archeologia, come il titolo della mostra sembra esplicitamente confermare. E chissà che questa conferma non sia un’altra forma di gioco concettuale.


(Leonardo Merlini)



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