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Lunedì 31 maggio 2021 - 14:08

Nella cappella degli Scrovegni, il Paradiso e l’Inferno di Dante

Lo studioso Pisani: nessuna influenza tra Giotto e il Sommo Poeta

Nella cappella degli Scrovegni, il Paradiso e l’Inferno di Dante
Milano, 31 mag. (askanews) – Paradiso e Inferno, i demoni che straziano le anime dei dannati. Nel Giudizio Universale affrescato da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, c’è la rappresentazione plastica dei due regni descritti da Dante nella Divina Commedia. Nel ciclo giottesco, però, il principio ispiratore nasce da un percorso teologico e filosofico differente. Un’evidenza che indica che i due artisti non si sono influenzati vicendevolmente. Lo spiega Giuliano Pisani, filologo classico e storico dell’arte, che ha dedicato molti studi a Giotto.


“Il Giudizio Universale – sottolinea – chiude per sempre la storia del mondo e la dimensione del tempo, distinguendo per l’eternità gli eletti, chiamati alla destra del Padre, e i dannati, trascinati da un fiume di fuoco a quattro braccia in una dimensione orrifica e orrenda”.



Nel ciclo degli affreschi dipinti da Giotto tra il 25 marzo 1303 e il 25 marzo 1305, non è raffigurato il Purgatorio, la seconda cantica della Commedia dantesca, perché il Giudizio Universale è definitivo e cancella la dimensione della purificazione e dell’attesa. “C’è una grande differenza – evidenzia Pisani – tra la concezione della Divina Commedia e il programma teologico dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni. Dante è tomista, mentre Giotto segue la concezione agostiniana, ispirata al pittore da frate Alberto da Padova. Lo si vede chiaramente nel quarto registro, quello con i monocromi dei vizi e delle virtù. I vizi non sono i sette vizi capitali, sui quali Dante costruisce la topografia dell’Inferno e del Purgatorio, e cioè gola, lussuria, ira, avarizia, invidia, accidia, superbia, ma rappresentano l’opposto delle virtù corrispondenti. Il primo vizio, la stultitia, rappresenta l’incapacità di distinguere il bene dal male: la sua terapia è data dalla virtù della prudenza, che è la capacità di distinguere il bene dal male. E così via, in un percorso a zig zag, che vede al centro la Giustizia e che si conclude con la virtù della Speranza”.


Sull’ipotesi “attraente” che ci possa essere stata un’influenza tra Dante e Giotto, Pisani sgombera il campo. “Non c’è nessuna influenza reciproca – sottolinea – ma la medesima concezione dell’inferno come luogo di pene strazianti, con torture e tormenti così efferati che potrebbero indurre a pensare a dimensioni sadiche, ma che avevano lo scopo di intimorire i viventi e metterli sull’avviso di rispettare le prescrizioni della chiesa”.



Padova e i padovani sono citati, nel XVII canto dell’Inferno nel VII cerchio, quello degli usurai. Il Sommo Poeta vi colloca Rinaldo Scrovegni, padre di Enrico, il committente della Cappella, che Giotto ritrae nella scena della dedicazione mentre porge il modellino della Cappella, con alcune varianti, alla Madonna, a San Giovanni Evangelista e a Santa Caterina d’Alessandria. È stato dimostrato dagli studi di Sante Bortolami, che Rinaldo Scrovegni aveva banco a Firenze ed è qui che Dante probabilmente lo ha conosciuto. “Ricordiamo che per Dante ogni banchiere era necessariamente un usurario”. “Che Dante e Giotto si conoscessero – sottolinea ancora lo studioso – è indubbio. Pensiamo all’XI canto del Purgatorio e alla terzina famosa, in cui la fama di Giotto oscura quella di Cimabue. Benvenuto da Imola, nella seconda metà del Trecento, racconta un simpatico aneddoto. Dante, in visita a Giotto nella Cappella degli Scrovegni, va ospite a casa dell’artista e vede che i figli di Giotto sono davvero brutti. Come mai, chiede dunque al maestro, tu fai figure così belle e figli così brutti? Perché, risponde Giotto, i figli li faccio di notte”. Battuta memorabile, ma già presente, come tutto l’aneddoto, nei Saturnalia di Macrobio, scrittore latino del V secolo d.C..


(di Antonella Benanzato)



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