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Giovedì 15 luglio 2021 - 13:43

Food sustainability index: Canada e Giappone i Paesi più virtuosi

In Italia pesa divario Nord-Sud. Fond. Barilla: si può fare di più

Food sustainability index: Canada e Giappone i Paesi più virtuosi
Milano, 15 lug. (askanews) – Oltre 2 tonnellate di cibo sprecato ogni anno, ovvero l’equivalente di un Suv di grandi dimensioni: a tanto ammonta lo spreco di cibo di ogni persona che vive nei Paesi del G20. Eppure, nonostante a livello globale oltre 931 milioni di tonnellate siano gettate via, Paesi come Argentina, Australia, Canada e Stati Uniti si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo ambizioso di ridurre del 50% le perdite di cibo che si verificano lungo la filiera entro il 2030. E ancora: guardando alle sfide nutrizionali, si scopre che tutti i Paesi del G20 hanno linee guida nutrizionali, ma solo quattro Paesi includono la sostenibilità come metrica di una dieta sana. E mentre 13 Paesi hanno presentato nuovi rigorosi obiettivi per l’azione per il clima, solo due – Indonesia e Canada – hanno obiettivi specifici per il settore agricolo nei loro piani nazionali ai sensi dell’accordo di Parigi. Sono queste alcune delle conclusioni che emergono dalla nuova edizione del Food Sustainability Index, l’indice mondiale che misura la sostenibilità dei sistemi alimentari attraverso i “pilastri” dello spreco alimentare, dell’agricoltura sostenibile e delle sfide nutrizionali, creato da Fondazione Barilla e dall’Economist Intelligence Unit (EIU) la cui anteprima dedicata ai soli Paesi del G20 – che in questi giorni sono in Italia per prendere parte all’incontro che precede il summit – sarà presentata oggi.


Ma perché fare un focus sui Paesi del G20? Perché questi Paesi rappresentano l’80% della produzione economica mondiale e generano il 75% delle emissioni globali di gas serra. Nella situazione attuale secondo questo indicatore solo Canada e Giappone hanno raggiunto risultati alti in tutti e tre i pilastri presi in esame, cui seguono Germania, Australia, Francia, Regno Unito e Italia. Un’importante eccezione – tra le grandi potenze – sono stati gli Stati Uniti, che anche a causa di alti livelli di consumo di carne pro capite e un elevato indice di conversione della terra per l’agricoltura, hanno ancora ampi margini per trasformare i loro modelli alimentari. A chiudere l’analisi dei Paesi, Indonesia e Arabia Saudita che, anche a causa di alti livelli di perdite, sprechi alimentari e prelievi di acqua, sono tra quelli che dovranno impegnarsi maggiormente.



E l’Italia? Il nostro Paese si colloca nel gruppo dei più virtuosi tra quelli del G20, sebbene vi siano ampi margini di miglioramento per essere ancora più sostenibili. Un esempio? Guardando allo spreco alimentare (sia domestico che lungo la filiera), si scopre che a conclusione del 2021 a livello pro capite ogni italiano a livello domestico avrà gettato nella spazzatura 67 chili di cibo, i servizi di ristorazione altri 26 chili e le vendite al dettaglio 4 chili. Questo vuol dire che ogni cittadino , in modo diretto o indiretto, al termine dell’anno sarà stato responsabile dello spreco di 97 chili di cibo. Un discorso analogo si può fare guardando all’agricoltura sostenibile: se da una parte il nostro Paese è tra i top performer quando si parla di lotta alla deforestazione, emergono ancora grandi disparità tra Nord e Sud. Basti pensare che il Sud ha più terreni agricoli biologici rispetto al Nord, dove però l’agroindustria è più sviluppata, con una maggiore prevalenza di pratiche sostenibili. In merito alle sfide nutrizionali, invece, l’Italia all’interno delle proprie linee guida include la sostenibilità come metrica di una dieta sana. Infine, nonostante tutti i provvedimenti già introdotti – sia a livello di governance che privato – l’Italia è agli ultimi posti per quanto riguarda l’indicatore relativo al livello di esposizione e vulnerabilità agli eventi meteorologici estremi, a testimonianza che intervenire sui cambiamenti climatici sia un’urgenza da affrontare quanto prima e con la massima determinazione.


“I nostri sistemi alimentari (e la loro sostenibilità) svolgono un ruolo centrale per avviare la tanto auspicata transizione ecologica che metta al centro persone, Pianeta e prosperità – ha dichiarato Marta Antonelli, direttore della Ricerca di Fondazione Barilla – Questi contribuiscono fino al 37% delle emissioni di gas serra e richiedono alte quantità di energia dato che dipendono ancora molto dai combustibili fossili, senza considerare che la sola agricoltura utilizza il 70% di tutta l’acqua disponibile. Ecco perché, per rispettare gli impegni presi con la recente Dichiarazione di Matera adottata dal G20 sul fronte della sicurezza alimentare globale sarà necessario fare dei progressi su tutti e tre i pilastri del nostro Food Sustainability Index: spreco alimentare, agricoltura sostenibile e sfide nutrizionali. E i dati ci mostrano che ci sono ancora ampi margini di miglioramento. Sappiamo che i sistemi alimentari sostenibili sono parte integrante dei 17 SDG previsti dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e, in questo senso, la leadership del G20 può guidare il cambiamento di trasformazione necessario per raggiungere obiettivi ambiziosi come la riduzione della fame, della povertà, fino alla lotta ai cambiamenti climatici”.



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