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Giovedì 10 giugno 2021 - 19:06

Migranti, sopravissuto a naufragio: cadaveri intorno a me

"Ho visto i miei figli scivolare in acqua"

Roma, 10 giu. (askanews) – “Quando la barca si è capovolta ho visto i miei figli scivolare in acqua, sono riuscito a metterne in salvo solo uno, e mentre cercavo il resto della mia famiglia ho visto tantissimi cadaveri galleggiare”. Ha detto così Hatem, siriano sopravvissuto al naufragio dell’ottobre del 2013 in cui morirono 268 persone, tra cui una sessantina di bambini. Oggi ha parlato davanti ai giudici della II sezione penale del tribunale di Roma. Lui ha perso la moglie e altri due figli. Sotto accusa ci sono due ufficiali, l’allora responsabile della sala operativa della Guardia Costiera, e il comandante della sala operativa della Squadra navale della Marina. A loro sono contestati i reati di rifiuto d’atti d’ufficio e omicidio colposo.


“Quando ho visto la barca che dalla Libia ci avrebbe portato in Italia non volevo più partire, ci avevano parlato di una nave ma era un peschereccio, ma sono stato minacciato con una pistola, non potevamo più scendere. A un certo punto siamo stati affiancati da un’imbarcazione, militari libici, che ci intimavano di tornare indietro, hanno sparato dei colpi in aria e noi urlavamo che eravamo siriani, di avere pietà di noi, di non spararci addosso. Ma non si sono fermati e hanno sparato ad altezza d’uomo, colpendo l’imbarcazione. Le donne e i bambini urlavano per il panico”.



Poi ad un certo punto “abbiamo visto un aereo sopra di noi. Nel frattempo un uomo messo sul tetto della barca parlava in inglese e nel passaparola abbiamo capito che stava chiedendo aiuto per telefono. Poi la barca si è fermata continuando a imbarcare sempre più acqua. I salvagenti non erano in numero sufficiente per tutti e quando siamo finiti in acqua sentito la gente che piangeva, chi cercava la mamma, chi il papà, tutti cercavano qualcuno, un disastro, come se fosse il nostro ultimo giorno”.


“Io che sapevo nuotare ho visto una donna con il volto in acqua ma già non respirava più. Ho continuato a nuotare, e ho visto qualcosa di arancione in lontananza, mi sembrava un salvagente, quando mi sono avvicinato ho visto che era un bambino, sembrava non respirare, non sapevo cosa fare. L’ho toccato, gli ho stretto la pancia e lui ha iniziato a piangere. L’ho portato con me e l’ho affidato a un ragazzo che aveva il salvagente. Più tardi è arrivata una nave e ci ha soccorso”.



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