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Lunedì 31 maggio 2021 - 12:11

“I resti di San Pietro a Tor Pignattara? Irricevibile”

Parla Nicolai del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana

“I resti di San Pietro a Tor Pignattara? Irricevibile”
Città del Vaticano, 31 mag. (askanews) – E’ “del tutto irricevibile” l’ipotesi che i resti di san Pietro si trovino non già sotto la omonima basilica vaticana, centro della cattolicità, ma… a Tor Pignattara. Ne è convinto il professor Vincenzo Fiocchi Nicolai, del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, che commenta un recente studio che propugna tale ipotesi.


Nei giorni scorsi, ricorda Vatican News, ha avuto qualche eco mediatica il lavoro pubblicato da Liberato De Caro (Istituto di Cristallografia del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Bari), Fernando La Greca (Dipartimento di Studi Umanistici, Università degli Studi di Salerno) ed Emilio Matricciani (Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria, Politecnico di Milano) nella rivista Heritage. Nel saggio, intitolato “The Search of St. Peter’s Memory ad catacumbas in the Cemeterial Area ad Duos Lauros in Rome”, gli autori si dicono convinti che alla metà del III secolo le spoglie dell’apostolo Pietro, dalla tomba originaria sul colle vaticano, siano state trasferite nella catacomba dei santi Pietro e Marcellino sulla via Labicana (a Tor Pignattara), dove sarebbero rimaste nascoste e si troverebbero ancora oggi. Secondo questa tesi, la tomba originale sarebbe quella sotto la basilica di San Pietro in Vaticano, ma i resti a suo tempo individuati da Margherita Guarducci e il cui ritrovamento venne annunciato da Paolo VI, non sarebbero quelli del pescatore di Galilea.



Una ipotesi “del tutto irricevibile”, afferma sempre a Vatican News il professor Nicolai. “E chiaro che le spoglie di Pietro – se mai traslate in catacumbas, cioè sull’Appia – si trovavano nel loro luogo di sepoltura originario sul colle vaticano quando fu costruita la poderosa basilica costantiniana, la più grande basilica mai realizzata in città”.


La tesi dei tre studiosi – “nessuno dei tre firmatari dell’articolo è archeologo”, sottolinea peraltro il professore – “incontra alcune difficoltà insormontabili. Agli autori sfugge un particolare determinante: la locuzione in catacumbas utilizzata dal redattore della Depositio Martyrum per localizzare il luogo del culto di Pietro (e Paolo), ove ipoteticamente sarebbero state trasferite le spoglie dell’apostolo, non poteva indicare ‘una delle catacombe di Roma’ come sostenuto nell’articolo”, “semplicemente perché il termine catacumba fu adottato per indicare i cimiteri cristiani sotterranei in generale, come è ben noto, solo a partire dall’alto medioevo. In antico questi erano infatti chiamati ‘cryptae’. Come tutti sanno, nella Depositio Martyrum, l’espressione in catacumbas è semplicemente il toponimo che segnala il III miglio della via Appia, dove, appunto, si svolgeva il culto congiunto degli apostoli Pietro e Paolo. Lo stesso toponimo, infatti, designa, nel medesimo Cronografo del 354 che ci ha trasmesso la Depositio Martyrum, il luogo del vicino circo di Massenzio. L’indicazione Petri in catacumbas nella Depositio Martyrum – spiega Nicolai – non può dunque indicare che le spoglie di Pietro nel 258 fossero state trasferite ‘nella catacomba’ dei santi Pietro e Marcellino.



D’altra parte, la realtà di questa traslazione può essere esclusa anche perché la catacomba della Labicana semplicemente non esisteva ancora nel 258: le regioni più antiche del cimitero sotterraneo, come hanno appurato le accurate ricerche di Jean Guyon, risalgono all’epoca della ‘piccola pace’ della Chiesa, cioè al periodo compreso tra la persecuzione di Valeriano e quella di Diocleziano. E il piano inferiore della catacomba – dove gli autori immaginano il sepolcro di Pietro – risale addirittura al IV secolo inoltrato”.


Ska/Int9



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