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Lunedì 1 marzo 2021 - 16:10

Report Ismea: serve nuova Ocm olio per valorizzare comparto

Aziende pugliesi potrebbero essere modello produttivo riferimento
Report Ismea: serve nuova Ocm olio per valorizzare comparto

Roma, 1 mar. (askanews) – Oltre 500 cultivar che danno vita a olii con profili aromatici unici nel panorama mondiale. E l’olio extravergine di oliva è l’epicentro della Dieta mediterranea, con consumi in continua crescita. E’ l’Italia dell’olio, un patrimonio di biodiversità riconosciuto in tutto il mondo. Ma il settore è molto frammentato, con oliveti che hanno bisogno di essere rinnovati, difficoltà nel ricambio generazionale e una endemica mancanza di programmazione a medio-lungo termine. Il settore olivicolo nazionale si muove tra luci e ombre. E forse la riforma della Pac, che porterà alla modulazione della nuova programmazione 2023-2027, potrebbe essere il momento ideale per mettere nel giusto ordine i punti di forza e di debolezza del settore e nel contempo comporre una strategia complessiva.

Quale, quindi, la strategia futura per il settore? Per Isme la strategia più adatta a valorizzare e rendere competitivo il settore olivicolo italiano potrebbe tradursi in una “Nuova Ocm olio”, che dovrebbe incidere direttamente sull’intera filiera, dagli oliveti alla trasformazione, con relativa promo-commercializzazione, secondo paradigmi di qualità e sostenibilità finalizzata alla sicurezza dell’ambiente e della salute dei cittadini. Senza dimenticare il modello Farm to Fork Il report di Ismea sulla Competitività della filiera olivicola-Analisi della redditività e fattori determinanti, delinea i contorni di un settore che “sta attraversando, ormai da qualche tempo, difficoltà strutturali e commerciali nonostante la qualità delle sue produzioni”. Sul mercato, infatti, l’Italia subisce la concorrenza della Spagna soprattutto per i prodotti di massa, mentre riesce a sganciarsi dalle dinamiche del mercato spagnolo sull’olio extravergine di maggiore qualità. E il 2020 ha segnato anche il sorpasso dell’Italia da parte della Grecia nella produzione di extravergine, con la produzione ellenica a quota 265.000 tonnellate e quella italiana scesa sotto le 250.000.

Attualmente, quindi, l’Italia è il terzo paese produttore di olio di oliva, mentre è il primo importatore e il primo consumatore. La domanda interna, infatti, non è soddisfatta dalla produzione. E se si tiene conto della domanda estera di olio extravergine di oliva italiano, in crescita, allora è chiaro come per il nostro paese la necessità di approvvigionamento all’estero di olio di oliva non sia solo una scelta ma una necessità. Tra l’altro, le importazioni, oltre a coprire una fetta di mercato interno, servono anche ad alimentare l’export delle industrie italiane, da sempre apprezzate per il know-how nella composizione di blend di oli provenienti dai diversi paesi produttori.

Secondo Ismea, uno dei vulnus principali del settore è la carenza informativa relativa alla struttura dei costi, peraltro di difficile definizione proprio per la grande diversità delle aziende olivicole e dei numerosi modelli produttivi che caratterizzano il panorama nazionale. Per colmare questa carenza, nell’ambito della Rete Rurale Nazionale è stata realizzata un’indagine specifica sui costi di produzione, con il coinvolgimento delle principali associazioni del settore Cia, Confagricoltura, Coldiretti, Unaprol, Italia Olivicola, e Unapol e FOOI. Le 50 aziende del campione sono state individuate nelle regioni italiane più rappresentative per la produzione di olio d’oliva (Puglia, Sicilia, Calabria e Toscana) e tenendo conto della loro capacità di confrontarsi con il mercato, fissando una soglia minima dimensionale (2 ettari) ed escludendo, quindi, le realtà hobbistiche e quelle prevalentemente orientate all’autoconsumo, ancora numericamente molto rilevanti nel settore olivicolo italiano.

I risultati dell’indagine confermano la grande variabilità dell’olivicoltura italiana anche sotto il profilo della redditività. A seconda dell’area geografica e dell’annata di “carica” o “scarica”, infatti, i redditi delle aziende olivicole possono essere soddisfacenti anche al netto dei contributi pubblici, come è stato osservato in diverse imprese ben strutturate ubicate in areali non svantaggiati del Meridione, o nettamente negativi, con i ricavi derivanti dalle vendite di olive e olio che non arrivano a coprire il totale dei costi fissi e variabili; è il caso delle aziende toscane del campione e di alcune realtà produttive situate in zone marginali della Calabria e della Sicilia. In futuro – spiega Ismea – si dovranno, quindi, orientare le scelte politiche supportando le aree olivicole più vocate per poter competere sul mercato globale e, parallelamente, evitare l’abbandono degli oliveti nelle aree più marginali, fenomeno peraltro in preoccupante espansione, dove l’olivo rappresenta una preziosa risorsa paesaggistica fondamentale per prevenire il dissesto idrogeologico”.

Tra le principali mancanze, sottolinea il rapporto Ismea, quella di una cabina di regia che elabori una strategia condivisa di medio e lungo termine e che, dopo aver fissato alcuni obiettivi, possa utilizzare al meglio gli strumenti messi a disposizione dalla Pac, sia nel I che nel II pilastro. Gran parte degli interventi suggeriti dal Piano nazionale di settore del 2015, infatti, sono presenti anche nelle misure relative all’OCM dell’olio di oliva e nei PSR regionali 2014- 2020, “senza che siano stati definiti chiaramente dei criteri di demarcazione per orientare i beneficiari in sede di istruttoria, né soprattutto che sia stata definita a monte una reale strategia e visione condivisa, inficiando l’efficienza e l’efficacia delle politiche messe in atto”. Sebbene i tempi del negoziato per la riforma della PAC post 2020 si siano allungati, rimandando l’avvio della nuova programmazione al 2023 e con le bozze dei regolamenti ancora in discussione nel trilogo, la novità della definizione di un Piano strategico nazionale, nel quale inserire organicamente gli interventi relativi ai pagamenti diretti, alle OCM settoriali e allo sviluppo rurale, “rappresenta un’opportunità per ripensare e delineare le strategie complessive per l’agroalimentare e per le sue più importanti filiere”.

È questo l’obiettivo del lavoro Ismea-RRN (2020) “Agenda per un’olivicoltura biodiversa e un olio identitario, di qualità e sostenibile” che la Rete Rurale ha realizzato come contributo alla stesura del PSN in vista della riforma della PAC. Questa riforma viene vista da tutto il settore come una grande opportunità che possa contribuire a traghettare il settore olivicolo-oleario verso una rinnovata competitività e sostenibilità economica, ambientale e sociale. Da considerare che, a seguito della Pandemia da Covid-19, non saranno solo i fondi PAC a dover trovare allocazione già nel periodo transitorio 2021-2022 ma anche le risorse aggiuntive messe a disposizione dello sviluppo rurale dall’Unione europea con il Programma Next Generation EU.

Il 2020 per il settore olivicolo italiano, ma più in generale per quello internazionale, è stato segnato più da problematiche endogene al settore che non dalla pandemia da Covid-19. Le stime del Coi per il 2020 indicano, ad esempio, un aumento del consumo mondiale del 6% rispetto all’anno precedente, aumento che va di pari passo con l’incremento degli scambi internazionali che secondo stime Ismea a fine anno potrebbero segnare un incremento a volume a due cifre a fronte di una stabilità del valore, dovuta ad una flessione generalizzata dei prezzi internazionali. Il 2020 per il settore dell’olio di oliva italiano ha segnato un incremento della domanda sia interna che estera. Il lockdown ha aumentato le preparazioni dei pasti all’interno delle mura domestiche e questo ha determinato una forte crescita delle vendite dei format della GDO che si traduce in un +7% del volume accompagnato da una crescita meno che proporzionale della spesa, da collegare alla riduzione già nella fase a monte, della produzione quindi, dei prezzi medi internazionali. È l’olio extravergine, che rappresenta l’87% dell’intero settore, ad aver segnato la performance migliore.

Molto bene anche l’export, visto che a mostrare incrementi importanti non sono stati solo gli acquisti presso la GDO ma anche la domanda estera. I primi 10 mesi del 2020, infatti, hanno segnato anche un importante incremento delle esportazioni, che in volume sono schizzate crescendo del 21% mettendo a segno +4% in valore. L’import, nel frattempo è cresciuto del 6% in volume a fronte di una flessione del valore dovuta, appunto, alla riduzione generalizzata dei prezzi internazionali. Questo ha permesso alla bilancia commerciale del settore di stabilizzarsi su terreno positivo, evento piuttosto raro nel settore olivicolo. La nota dolente arriva propria dalla produzione, che ancora una volta presenta un’oscillazione negativa molto importante e che, come è tradizione degli ultimi anni, va oltre la fisiologica alternanza.

L’analisi dei costi resta comunque fondamentale per comprendere la redditività del settore. L’indagine sui costi di produzione dell’olivicoltura nazionale, effettuata su un numero non trascurabile di aziende agricole che “stanno sul mercato”, ha messo in evidenza sostanziali differenze tra i livelli di redditività delle stesse. I fattori che incidono maggiormente su queste differenze sono la localizzazione geografica e cle aratteristiche orografiche del territorio, l’organizzazione e la capacità di management delle imprese agricole, la tipologia di prodotto commercializzato. A ciò vanno aggiunti i fattori climatici e, non ultimo, il livello di contributi comunitari e non. La presenza di contributi continua a essere fondamentale per garantire la sopravvivenza di alcune tipologie di imprese. Si conferma anche la minore redditività delle imprese biologiche, rispetto alle convenzionali, che giustifica il ruolo dei contributi pubblici nel compensare i maggiori costi sostenuti da queste aziende e i minori ricavi, dovuti a rese medie inferiori rispetto alle aziende convenzionali, visto che il mercato sembra ancora poco propenso a remunerare maggiormente l’olio extravergine di oliva biologico.

Guardando alle caratteristiche del conduttore, le aziende più efficienti sono quelle condotte da giovani. Una variabile relativa alla gestione che impatta notevolmente sulla redditività delle aziende olivicole è quella relativa alla densità d’impianto. Gli impianti intensivi riescono ad assicurare una marginalità migliore, rispetto a quelli tradizionali. L’incentivo alle operazioni di infittimento degli impianti tradizionali, laddove possibile, spiega Ismea, costituirebbe uno strumento per incrementare la redditività delle aziende olivicole. In particolare, gli impianti superintensivi (oliveti con una densità superiore a 800 piante/ha) possano essere estremamente interessanti dal punto di vista economico. Altra operazione determinante per la redditività è l’irrigazione, grazie alla quale le imprese riescono ad assicurarsi un MOL più elevato. Dall’analisi è emerso che godono di una redditività maggiore le imprese che vendono olive, in particolare nel Meridione, rispetto a quelle che vendono olio. Il MOL più elevato si ottiene grazie al risparmio dei costi di molitura.

Volendo indicare un modello produttivo di riferimento, i risultati delle elaborazioni fatte da Ismea porterebbero alle aziende pugliesi. In particolare, all’interno di questo raggruppamento spiccano i risultati brillanti delle imprese localizzate nel nord della regione, nell’areale di Andria, il distretto olivicolo più interessante del panorama produttivo italiano. Si tratta di imprese con una strutturazione adeguata con ammortamenti non eccessivi, che riescono a raggiungere rese elevate, senza portare fuori controllo i costi variabili. Molte delle aziende incluse nel campione provenienti da questa zona riescono a ricevere una remunerazione per le olive vendute fino a 900 euro/tonnellata. Si tratta di olive di qualità elevata che spesso vengono spedite fuori regione, verso i frantoi del Centro-Nord, aree in cui anche nelle annate di carica la materia prima è deficitaria rispetto alla richiesta e dove l’olio viene valorizzato a un prezzo molto più elevato rispetto al Sud. Grazie a queste caratteristiche, l’olivicoltura del nord della Puglia si sta rivelando molto dinamica, con una propensione agli investimenti ben più elevata rispetto alla media del settore, che sta portando a un processo di integrazione di filiera e alla creazione di realtà simili a quelle spagnole, per estensione degli oliveti e gestione dei processi produttivi. Si tratta di imprese che grazie alle economie di scala riescono a raggiungere elevati livelli di redditività vendendo l’olio extravergine di oliva.

Al di là dei risultati economici per le singole aziende, precisa il rapporto Ismea, lo sviluppo di queste filiere integrate è importante per il territorio che le ospita, visto l’indotto in termini occupazionali e sociali, fattori non trascurabili in vista di una riforma della PAC che si pone obiettivi importanti anche in termini di sostenibilità economica e sociale, oltre che ambientale. La riforma in atto della politica agricola comunitaria potrebbe diventare una grossa opportunità di innovazione per il settore che, come sottolineato, necessita di una visione strategica per superare questa fase di indecisione.

La strategia futura che potrebbe tradursi in una “Nuova ocm olio”, spiega Ismea, dovrebbe incidere direttamente sull’intera filiera, dagli oliveti alla trasformazione, con relativa promo-commercializzazione secondo paradigmi di qualità e sostenibilità finalizzata alla sicurezza dell’ambiente e della salute dei cittadini. Il nuovo approccio “strategico”, che include anche la valorizzazione del modello “Farm to Fork”, vuole rispondere alla situazione di crisi del settore, per rilanciarlo nel medio-lungo periodo mediante l’attuazione di interventi e azioni. Queste saranno mirate alla riqualificazione della filiera olivicola-olearia con l’intento di portare l'”Olio di oliva” a diventare un vero prodotto “culturale” che crei valore per i territori, gli imprenditori e benessere per la collettività europea più in generale, e italiana più in particolare. Tutto questo soprattutto senza perdere di vista quelli che sono gli obiettivi di sviluppo sostenibile del piano di azione di Agenda 2030.

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