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Venerdì 26 giugno 2020 - 15:18

La polizia postale smantella un mercato nero dei dati telefonici

Operazione "Data Room": 20 provvedimenti cautelari
La polizia postale smantella un mercato nero dei dati telefonici

Roma, 26 giu. (askanews) – Accesso abusivo e mercato dei dati telefonici: una maxi operazione della polizia postale ‘Data Room’ ha stroncato un redditizio giro di affari, da decine di migliaia di euro ogni mese, tra Roma e la Campania. Oltre cento specialisti della polizia postale hanno eseguito 20 provvedimenti cautelari e altrettante perquisizioni, individuando dipendenti infedeli delle compagnie telefoniche, intermediari e titolari di call center che sfruttavano i dati sottratti alle virtual data room riguardanti le segnalazioni di guasti e disservizi, poi proponevano il cambio di operatore, lucrando sulle commissioni per la portabilità.

Un’operazione partita da una denuncia di Tim per accesso abusivi almeno da gennaio 2019. E il volume medio dei dati rubati si aggira intorni a centinaia di migliaia di record al mese.

Le data room – spiega la polizia postale – sono utilizzate in diversi contesti commerciali, nel caso in cui più soggetti o imprese devono condividere una grande quantità di dati riservati, confidenziali (comunque non destinati al pubblico), riguardo l’offerta di servizi o beni in vendita, evitando quindi il rischioso passaggio di informazioni. Sono vere e proprie casseforti contenenti informazioni messe in comune, a cui accedere in maniera sicura, abbattendo il rischio di divulgazione, anche accidentale, connesso al trasferimento o alla distribuzione del dato stesso.

La data room tradizionale, infatti, era una stanza costantemente sorvegliata, posta di solito, nella sede del venditore o in quella dei suoi legali che gli interessati ed i loro consulenti potevano visitare per consultare documenti, registri e altri dati. Con la tecnologia le data room sono state riprodotte in ambiente virtuale, virtual data room.

Una virtual data room è un sito, una piattaforma o comunque uno spazio virtuale riservato, il cui accesso è consentito ad un numero definito di soggetti a cui viene fornita una chiave sicura, per consultare il contenuto. I soggetti abilitati possono accedere ai dati, eseguirne il download senza dover rispettare turni di consultazione.

Nel settore della fornitura di servizi essenziali ed in particolare dei servizi di telecomunicazioni, le data room (quali Opera, sistema DTU, Tim Retail, portale Wholesale) raccolgono dati riservati, messi in comune dagli operatori di settore, per la gestione della portabilità e della manutenzione della rete.

Questi preziosi caveau di informazioni sono gestiti da Tim, manutentore della infrastruttura di rete e soprattutto del cosiddetto ultimo miglio, l’ultimo tratto della infrastruttura che atterra presso il singolo utente consumatore.

I dati relativi alla gestione tecnica dell’utenza, da sempre hanno sul mercato un grande valore economico (basta pensare alle informazioni relative alle segnalazioni di guasto) e – avverte la polizia postale ‘possono consentire l’attuazione di pratiche commerciali aggressive, volte al procacciamento di clientela, magari predisposta alla portabilità proprio in ragione di problematiche varie, segnalate e presenti all’interno delle Data Room’.

Oggi è scattata la fase conclusiva dell’operazione “Data room”, un’articolata attività di indagine coordinata dalla Procura della Repubblica di Roma, e condotta dagli investigatori specializzati del Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (Cnaipic) del servizio della polizia postale e delle comunicazioni, con la collaborazione dei compartimenti di Napoli, Perugia, Ancona e Roma. Oltre 100 specialisti della polizia postale sono impegnati a dare esecuzione a 20 provvedimenti cautelari, in particolare 13 ordinanze che dispongono gli arresti domiciliari ed ulteriori 7 ordinanze che dispongono l’obbligo di dimora nel comune di residenza ed il divieto di esercitare imprese o ricoprire incarichi direttivi in imprese e persone giuridiche.

I destinatari di queste misure sono oggetto, insieme ad altri 6 indagati, di perquisizioni locali ed informatiche.

Gli indagati sono responsabili, a vario titolo ed in concorso tra loro, della violazione aggravata dei reati previsti all’articolo 615 ter codice penale (accesso abusivo a sistema informatico), all’art.615 quater codice penale (detenzione abusiva e diffusione di codici di accesso), riguardando le condotte sistemi di pubblico interesse, e della violazione della legge sulla privacy art. 167-bis decreto legislativo 193/2003 (comunicazioni e diffusione illecita di dati personali oggetto di trattamento su larga scala).

Il provvedimenti restrittivi eseguiti, emessi dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, riguardano indagati residenti nella capitale e in diverse province campane.

Tra i destinatari dei provvedimenti figurano dipendenti infedeli di compagnie telefoniche, (i procacciatori materiali dei “preziosi” dati), gli intermediari che si occupavano di gestire il commercio illecito delle informazioni estratte dalle banche dati ed i titolari di call center telefonici, che sfruttavano tali importanti informazioni per contattare i potenziali clienti e lucrare le previste commissioni per ogni portabilità, che arrivano fino a 400 euro per ogni nuovo contratto stipulato.

A carico degli indagati, nel corso delle complesse attività investigative, ‘sono stati acquisiti concreti e inequivocabili elementi probatori circa l’esecuzione di ripetuti accessi abusivi alle data room in uso ai gestori telefonici operanti sul territorio nazionale e gestite direttamente da Tim, contenenti gli ordini di lavoro di delivery ed i reclami di assurance provenienti dalle segnalazioni dell’utenza relativamente ai disservizi della rete di telecomunicazioni’.

Le articolate indagini sono state avviate nel mese di febbraio scorso dal Cnaipic, su delega della procura della Repubblica di Roma, dopo una denuncia depositata da parte di Telecom Italia, nella quale si segnalavano vari accessi abusivi ai sistemi informatici gestiti da Tim, riscontrate quantomeno a partire dal gennaio 2019.

Gli accessi abusivi avvenivano tramite account o virtual desktop in uso ai dipendenti di gestori di servizi di telefonia e di società partner per l’accesso ai database. Le banche dati vengono ordinariamente alimentate da tutti i gestori telefonici in relazione alle segnalazioni ricevute dai clienti sui disservizi rilevati, rappresentando oltretutto una vera e propria istantanea, delle condizioni della infrastruttura nazionale di telecomunicazioni.

La “filiera criminale”, all’interno della quale ogni componente ha uno specifico compito, funzionale al raggiungimento dell’obiettivo finale, grazie alla collaborazione di un esperto programmatore romano, anch’esso colpito da misura cautelare, aveva predisposto addirittura degli “automi”, ossia dei software programmati per effettuare continue, giornaliere interrogazioni ed estrazione di dati.

Le estrazioni, come hanno scoperto le intercettazioni, erano sistematicamente portate avanti con un volume medio di centinaia di migliaia di record al mese. Gli indagati gestivano tali volumi modulandoli a seconda della illecita “domanda” di mercato, come emerge ad esempio da una conversazione nella quale uno degli indagati chiede ad un dipendente infedele una integrazione di 15.000 record per arrivare ai 70.000 pattuiti per il mese in corso, preannunciando un ulteriore ordine per 60.000 utenze mobili.

Le informazioni estratte dal database, divenivano quindi oggetto di un illecito mercimonio, in quanto particolarmente appetibili per le società di vendita di contratti da remoto che cercano per l’appunto di intercettare la clientela più “vulnerabile”, a causa di problemi o disservizi, per proporre quindi il cambio del proprio operatore telefonico.

Il complesso “sistema” vedeva da un lato una serie di tecnici infedeli in grado di procacciare i dati, dall’altro una vera e propria rete commerciale che ruotava attorno alla figura di un imprenditore campano, acquirente della preziosa “merce” ed a sua volta in grado di estrarre “in proprio”, anche con l’utilizzo di software di automazione, grosse quantità di informazioni, in virtù di credenziali illecitamente carpite a dipendenti ignari.

La “merce” veniva poi piazzata sul mercato dei call center, 13 sono quelli già individuati, tutti in area campana, ed oggetto di altrettante attività di perquisizione.

I dati stessi, adeguatamente “puliti” per essere utilizzati dai diversi call center, passavano di mano in mano, rivenduti a prezzi ridotti in base alla “freschezza” del dato stesso, motore di un movimento che alimenta il fenomeno delle continue proposte commerciali.

‘Di assoluto livello criminale – sottolinea la polizia postale -la mole dei proventi, come emerge da più di una una conversazione nella quale alcuni indagati discutono dei corrispettivi, frutto dell’attività illecita, pattuendo la ripartizione dei proventi illeciti del mese, per decine di migliaia di euro da spartirsi tra gli operatori infedeli ed i collettori-rivenditori dei dati’.

Le indagini tecniche hanno inoltre scoperto che l’attività di commercializzazione di liste di utenti e relativi recapiti, riguardava anche i sistemi informatici in uso a gestori operanti nel settore dell’energia, un aspetto in corso di ulteriore approfondimento.

Le complesse indagini sono state condotte dagli specialisti della polizia postale con intercettazioni telefoniche, pedinamenti, e complesse attività di riscontro ed analisi sui sistemi informatici delle piattaforme contenenti i dati, ‘rese possibili anche grazie alla preziosa collaborazione della struttura di sicurezza aziendale di Telecom Italia’.

E ‘si tratta della prima operazione su larga scala volta alla tutela dei dati personali trafugati, un fenomeno noto a tutti che vede coinvolti dipendenti infedeli, call center compiacenti ed intermediari e che ha quale oggetto ciò che sul mercato ha assunto un significativo valore commerciale: i dati riservati relativi all’utenza’.

Per l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi e di perquisizione, oltre che per le attività informative, il Cnaipic ha coordinato un team di specialisti a cui hanno preso parte i compartimenti della polizia postale di Roma, Napoli, Perugia ed Ancona.

gtu/sam

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