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Venerdì 5 giugno 2020 - 19:57

Nino Cartabellotta spiega perché non bisogna abbassare la guardia

Lo dicono i numeri (veri) dei morti e le curve dei contagi
Nino Cartabellotta spiega perché non bisogna abbassare la guardia

Roma, 5 giu. (askanews) – I numeri (veri) dei morti per coronavirus in Italia, le curve dei contagi e dei ricoveri e la loro risposta alle nostre azioni, ci dicono che ‘non bisogna abbassare la guardia’ e fino a luglio, in realtà, è troppo presto per dire qualunque cosa. Anche se è ciò che facciamo adesso, che ridurrà il rischio di una seconda ondata. Lo spiega Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe (Gruppo italiano per la medicina basata sulle evidenze), medico, esperto a tutto tondo di medicina, metodologia e sistemi sanitari, molto seguito anche sui social, dove dall’inizio della pandemia divulga dati, analisi e grafici.

Questa volta ha messo insieme le curve dell’epidemia e il nuovo rapporto Istat-Iss che ha calcolato l’impatto della malattia causata dal Sars-Cov-2, la Covid-19 sulla mortalità in Italia.

‘Il nuovo report Istat-Iss conferma che dal 20 febbraio al 30 aprile 2020 rispetto alla media di mortalità nei 5 anni precedenti (2015-2019) si è registrato un eccesso importante di mortalità in Italia. Un eccesso ‘misterioso’, apparentemente non dovuto al Covid da una diagnosi. I grafici e i numeri dicono in maniera chiara che, in particolare nel mese di marzo, tale eccesso di mortalità si concentra nelle regioni e province più duramente colpite dal Covid. Ma a cosa sono dovuti questi morti in più?’. Le possibilità, chiarisce Cartabellotta sono tre: ‘La prima è che siano morti dirette per Covid, ovvero pazienti con polmoniti da Covid non diagnosticate; la seconda possibilità è che si tratti di decessi in pazienti con patologie multiple quali diabete, cardiopatie, bronchite cronica, in cui l’infezione da Covid ha fatto precipitare le loro condizioni; la terza possibilità, meno nota, è che l’eccesso di mortalità sia per altre malattie, ad esempio cardiovascolari od oncologiche’.

E questo accade ‘per due motivi: o perché i pazienti hanno avuto paura di recarsi nelle strutture sanitarie o a causa del sovraccarico delle strutture sanitarie, che, troppo impegnate a gestire il Covid, non sono state in grado di fornire un’assistenza adeguata al paziente di questo tipo; una mortalità indirettamente collegata al Covid. Visto che la distribuzione geografica della mortalità in eccesso, sia dal punto di vista regionale che provinciale, coincide perfettamente con la distribuzione dell’epidemia, è evidente che si tratta per quasi tutti i casi di un eccesso di mortalità Covid-correlata, sia diretta che indiretta’.

Ed ecco i numeri: ‘A marzo l’eccesso di mortalità non Covid positiva era di 26.350 morti e ad aprile di 16.283, un numero che si aggiunge così alla mortalità ufficiale per il Covid. Così la risposta alla domanda ‘quanti sono i morti per il Covid ad oggi’ non è quasi 34mila come da bollettino della protezione civile ma sono quasi il doppio. Nessuno potrà mai certificarlo nelle statistiche ufficiali, ma questo incremento della mortalità nelle aree più colpite lascia intendere, come presume anche lo stesso Rapporto Istat-Iss, che direttamente o indirettamente si tratti di morti Covid correlate’. Da un’altra angolazione quindi ‘questi dati confermano che quando si presentano troppi malati in poco tempo in particolare in ospedale, la mortalità aumenta, imponendo le cautele necessarie, ancora oggi’.

‘Il divario nella registrazione delle morti cambia da marzo, il mese del picco del Covid in Italia, ad aprile: la mortalità in eccesso scende da quasi il 50% di marzo a circa il 33% ad aprile. Dalla seconda metà di aprile, non ci sono grandi differenze tra mortalità ufficiale per Covid, quella riportata nel computo della protezione civile, e quella in eccesso non spiegata, le due curve si sono sovrapposte. I decessi sono molti di meno, le regioni hanno smaltito il sovraccarico, sono riuscite a fare tamponi e diagnosi. Quindi la tracciatura dei decessi sembra essere sovrapponibile, con piccolissime differenze non degne di nota. A marzo quasi la metà delle morti non veniva attribuita, ora la mortalità in eccesso non spiegata si è azzerata. Ora sappiamo quante persone muoiono di Covid’.

E ‘guardando la curva della mortalità Covid si vede che sta andando ormai verso l’appiattimento. Però – fa notare Cartabellotta – il dato dell’ultima settimana ci dice che dal 28 maggio al 3 giugno abbiamo avuto 529 decessi, quindi segna +1,6% rispetto alla settimana precedente: i decessi Covid sono un numero settimanale ancora abbastanza elevato’. Due le possibili motivazioni, ‘la prima: potrebbero essere pazienti con infezioni vecchie, in ospedale da tempo e peggiorati; la seconda: c’è una maggiore capacità del sistema di tracciare la mortalità Covid e di fatto oggi contiamo morti che prima non riuscivamo a contare (come dimostrano le curve allineate mortalità Covid-eccesso di mortalità non spiegata di cui sopra)’.

Inoltre, guardando ancora i numeri ‘l’andamento della curva dei ricoveri segna ancora nell’ultima settimana un progressivo svuotamento degli ospedali: -25% ricoverati con sintomi, -30% ricoverati in terapia intensiva. Sono dati ormai costanti e la riduzione va avanti di settimana in settimana. Questo perché i pazienti gravi o sono deceduti o sono guariti. E di nuovi gravi non ne sono arrivati, grazie all’effetto del lockdown e alla capacità di gestirli meglio a livello territoriale’, sottolinea il presidente della Fondazione indipendente Gimbe, avvertendo: ‘Ci vuole prudenza, perché non c’è una minore gravità clinica in termini assoluti. Noi ora stiamo beneficiando di quella che è stata la lunga fase di lockdown, che ha abbattuto la curva dei contagi e dei pazienti gravi; l’evidenza che abbiamo imparato a gestire meglio i pazienti in ospedale e sul territorio è innegabile, ma non si può abbassare la guardia, pena il rischio della risalita della curva del contagio. Perché il virus è lo stesso, non è diventato più buono’.

E quale sarebbe il campanello d’allarme? Quando potrebbe suonare? ‘Difficile dirlo, perché ci sono regioni che hanno scelto una strategia più attendista e fanno pochi tamponi, quindi l’allarme scatterebbe solo in caso di incremento dei ricoveri. Per le regioni che invece fanno un’attività di testing e tracciamento massicce, il campanello d’allarme sarà l’aumento del numero dei casi identificati dei contagi, e sarà più tempestivo. Ciascuna regione dovrebbe quantomeno rendere chiara la propria strategia, tenendo presente che fare pochi tamponi ha anche questa conseguenza: io posso non accorgermi del fatto che la curva epidemica risale, perché non sto monitorando in maniera adeguata. E rischio magari di vedere risalire la curva ospedaliera ma molto più tardi: tra un mese e mezzo, due mesi’.

‘I casi gravi infatti, e con loro la percezione dell’aggravamento della malattia, sono visibili dopo un certo cumulo di casi. E’ come se noi oggi ci trovassimo in una fase come quella dei primi di gennaio. Dal punto di vista epidemiologico a gennaio il virus circolava ma nessuno lo sapeva: oggi abbiamo alleggerito ospedali e terapie intensive ma il virus continua a circolare, noi semplicemente non vediamo più quella punta dell’iceberg così drammatica’.

‘La circolazione del virus continua – ribadisce Cartabellotta – e così bisogna continuare a mantenere il distanziamento sociale e la mascherina quando non è possibile garantirlo, in particolare nei luoghi chiusi; seguire le norme igieniche consigliate e, soprattutto niente assembramenti. Non possiamo permetterci di abbassare la guardia’.

Quindi – riassumendo – ‘ricordando che la malattia provoca sintomi gravi nel 15-20% dei casi, oggi il basso numero di persone in ospedale dipende 1) dal fatto che ci sono meno casi, il virus grazie al contenimento circola di meno; 2) dalla buona gestione dei casi, fuori e dentro l’ospedale: li tracciamo prima, li isoliamo e non li facciamo aggravare. Noi a marzo abbiamo avuto delle epidemie ospedaliere che hanno causato un effetto domino, moltiplicatore del contagio. Oggi i pazienti li intercettiamo prima che si aggravino, e quanto più rafforziamo il tracciamento, tanto meno aumenta il rischio di una seconda ondata. Se noi riusciamo a fare distanziamento sociale, mascherine e tracciamento in tutto il Paese, abbassiamo il rischio di una seconda ondata’. ‘Il virus, infatti, non è diventato più buono, siamo diventati più bravi noi ad affrontarlo, quindi resta una nostra responsabilità affrontarlo.

Se disimpariamo, se una delle tre cose la facciamo poco e male, il rischio aumenta. Non c’è una terza opzione’.

Il presidente della Fondazione Gimbe inoltre allarga anche il nostro orizzonte temporale: ‘Gli effetti delle riaperture le inizieremo a vedere a fine giugno-primi di luglio. Prima di allora non sapremo nulla, avremo solo piccoli movimenti nelle curve epidemiche. Intorno alla metà di luglio sapremo davvero cosa è successo, faremo la vera conta dei contagi e sapremo quanto il virus ha circolato’. Dobbiamo aspettare, perché guardando numeri, si può dire che ‘ci sono tre settimane in media dagli interventi di riapertura alla risalita della curva.

L’appuntamento è a metà luglio: a quel punto se non troviamo nulla, se la risalita non c’è, allora possiamo dire che, anche con la ripresa delle attività, e grazie anche alla bella stagione, il virus circola di meno e ci infettiamo di meno. Prima è difficile poterlo affermare con certezza’. Il tempo, quindi, e cosa faremo nel frattempo, ci dirà con i suoi numeri se tutto ora va bene.

Gtu/Int9

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