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Martedì 21 aprile 2020 - 20:11

Alcune cose importanti che ci ha detto l’infettivologo Massimo Galli sulla ripartenza

Le parole del professore
Alcune cose importanti che ci ha detto l’infettivologo Massimo Galli sulla ripartenza

Roma, 21 apr. (askanews) – Le parole riaprire e ripartire si ripetono ormai all’infinito, quasi fossero le uniche rimaste, come se l’emergenza coronavirus fosse alle spalle. Ma 1) Forse non abbiamo ancora metabolizzato il fatto che il Sars-Cov-2 non ce lo butteremo tanto presto dietro le spalle, ci dovremo convivere, ricordando che ‘siamo senza rete con un virus senza cura’; 2) Per riaprire dobbiamo essere pronti, ‘pronti con un fucile puntato se salta fuori qualcosa’, non possiamo permetterci di farci scappare i contagi e una ripresa della circolazione del virus; 3) i numeri ci dicono che non tutta l’Italia è allo stesso punto della curva dei contagi, la riapertura deve essere ‘a scaglioni’, geografici e non solo. Perché c’è anche ‘chi rischia di più e dovrebbe stare a casa’. A darci questo quadro di una realistica cautela è l’infettivologo, Massimo Galli, professore ordinario alla Statale di Milano e direttore del reparto di malattie infettive dell’Ospedale milanese Luigi Sacco. Uno che lo ‘tsunami dei pazienti’ lo ha visto da vicino.

Quindi, pronti il 4 maggio per la riapertura? ‘Ci sono proiezioni, fatte con valutazioni serie che parlano di una possibile apertura in Umbria entro il 4 maggio e in Lombardia non prima del 28 di giugno. Sono cose fatte da colleghi illustri ed è un lavoro scientifico serio’. Galli si riferisce alle proiezioni fatte dagli esperti dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane, coordinato dal direttore Walter Ricciardi, professore di Igiene della Cattolica e consulente del ministro della Salute. Secondo queste proiezioni le prime regioni ad uscire dal contagio da Covid-19 sarebbero la Basilicata e l’Umbria già entro il 21 aprile mentre in Lombardia ‘non è lecito – si legge nello studio – attendersi l’azzeramento dei nuovi casi prima del 28 giugno’. E questo rebus sic stantibus, ovvero con le misure di lockdown.

Quindi apertura scaglionata geograficamente? ‘Non si può pensare ad altro che a questo. Io mi auguro che la Lombardia possa aprire prima del 28 giugno, dubito però che possa farlo il 4 maggio. E comunque se può iniziare a farlo con una gradualità più spiccata e più marcata rispetto a quella di altre regioni’. Detto questo non basta seguire un calendario temporale secondo l’infettivologo: ‘Per essere pronti però bisogna esserlo dovunque anche dove la situazione contagi ora è meno problematica. Nel senso che bisogna avere la possibilità di mettere in pista tutta una serie di interventi volti a mettere in sicurezza chi va a lavorare, quindi mascherina, guanti e distanziamento. Stabilire una turnistica che non crei ore di punta e concentrazioni che possano diventare pericolose, quindi occuparsi di treni, tram, metropolitane e bus, situazioni dove il distanziamento è al momento praticamente impossibile. Stabilire una stratificazione per urgenza dell’attività da riprendere e per fasce di età da riammettere all’attività lavorativa, lasciando quelle più a rischio di un’evoluzione negativa. Le persone portatrici di malattie note che possono interferire con il decorso dell’infezione e le fasce più anziane dovrebbero essere lasciate a casa. Sarebbe il caso di prendere la decisione di non farli andare a lavorare per primi’.

‘E – avverte Galli con pochi giri di parole – da come vediamo la gente che muore in ospedale lo sappiamo chi dovrebbe stare a casa: tra i fattori predittivi di una evoluzione più negativa dei pazienti ricoverati abbiamo indubbiamente l’età, le co-morbosità, tra cui il diabete, le malattie polmonari, le malattie cardiovascolari, l’obesità. Anche il sesso maschile, forse legato al fatto del fumo: il decorso è peggiore nei maschi che nelle femmine. Ci sono vari fattori che aumentano il rischio, e questo va in qualche modo definito e codificato. Io faccio il dottore nel mio ospedale non sono nella stanza dei bottoni dove queste cose dovrebbero essere definite e codificate, ma questo è un altro elemento che merita una codifica’.

Una questione da risolvere, insieme ad altre che – secondo l’infettivologo – si portano ancora dietro troppi punti di domanda. ‘Dobbiamo capire se, soprattutto nei primi periodi, per non farci sfuggire di mano la situazione, alle persone che vanno a lavorare gli misuriamo la temperatura ogni giorno? Almeno una volta a settimana li sottoponiamo a verifica per una valutazione dello stato di salute e per capire se sono stati a rischio contagio? Gli facciamo test, sì o no? A mio avviso prima di cominciare tutto l’ambaradan la gente dovrebbe fare un test rapido, non possiamo fare test con tamponi a tutti, finiremmo a Natale, inoltre non si presta per una valutazione trasversale una tantum. Se mi sono infettato tre giorni fa, ad esempio, oggi il tampone ti dice che sei negativo ma fra tre giorni posso essere positivo. Se si deve selezionare alla svelta chi è meno a rischio per andare a lavorare allora l’idea migliore, secondo la mia opinione, è un test rapido di tipo sierologico a tutti, un pungidito, che chiarisca se c’è infezione in corso, risposta in dieci minuti. I negativi a lavorare con le protezioni, i positivi al kit fanno il tampone, ma si riduce il numero di quelli che lo devono fare e diventa più realistico farle.

Chi è positivo al tampone ovvio va in quarantena rigorosa e i negativi al tampone probabilmente hanno superato l’infezione, hanno gli anticorpi e vanno a lavorare’. I test sierologici misurano due tipi di anticorpi, immunoglobulina di tipo M, IgM, i primi anticorpi che si formano quando c’è una risposta del sistema immunitario, misurabili dopo 6-7 giorni dal contagio, l’infezione è in corso. Poi in un periodo più lungo si formano gli anticorpi che rimango anche più a lungo, le immunoglobuline di tipo G. Quando ci sono solo le IgG l’ammalato ha superato la malattia e ha gli anticorpi.

Il test sierologico quindi ha sempre un limite diagnostico: il contagio c’è ma ancora non è rilevabile, per questo il tampone è l’unico strumento di diagnosi validato dall’Oms. Per questo per l’infettivologo ‘si devono usare più test in successione: il kit rapido pungidito su larga scala, i tamponi e il prelievo venoso ai positivi al kit’. Usare in sequenza i tre diversi tipi di test ‘è la soluzione migliore, la combinazione dei test riduce i margini di errore’.

Il Commissario straordinario per l’emergenza Coronavirus, Domenico Arcuri ha infatti indetto una gara, scadenza 22 aprile, per 150mila test sierologici. Obiettivo dichiarato: indagine campione sulla diffusione dell’infezione da Sars-Cov-2 nella popolazione italiana’. E per garantire ‘la massima attendibilità dei test’,il governo ha chiesto ‘la fornitura urgente di Kit del tipo CLIA e/o ELISA per la rilevazione di IgG specifiche (anticorpi neutralizzanti per Sars-CoV-2), reagenti’.

Per ridurre i margini di errore dei test rapidi è al lavoro anche l’infettivologo, con dei protocolli di studio nell’ospedale dove lavora, ma la scelta dei test sierologici con la veni puntura per Galli non va bene: ‘Pretendere di mettere gli italiani in fila per fare il prelievo di sangue dal braccio, per poi essere portato da un’altra parte e là fare l’esame di laboratorio, poi aspettare il risultato… è dura poterlo sostenere dal punto di vista organizzativo. Eppure oggi è la scelta preferita. Io ho i miei grossi dubbi. I test rapidi sono la soluzione più pratica, se si vuole riaprire il 4 maggio, di quella ideata dal governo, e ha inoltre dei costi nettamente inferiori’.

Quello che conta comunque è essere pronti, perché ciò che è stato non si debba ripetere. ‘I nostri ospedali – ricorda il direttore del reparto malattie infettive del Sacco di Milano – sono stati presi d’assalto da uno tsunami di pazienti: il prodotto di 4 settimane di circolazione libera del virus. Nel caso di una ripresa dobbiamo avere una situazione con tutto ben codificato e la possibilità quindi di una eventuale ricomparsa più controllabile. Mi auguro che saremmo lì con il fucile puntato a vedere se salta fuori qualcosa ma francamente questo fucile bisogna costruirlo, dobbiamo strutturare gli interventi atti a mettere la riapertura il più possibile in sicurezza. Questo oggi è il punto’.

Non ci si può far sfuggire di nuovo il virus, ricordandoci che 1) ‘Gli ospedali devono proteggere la salute dal Covid ma anche da tutto il resto, mentre adesso i servizi sono stati ridotti e ridimensionati’; 2) ‘Non abbiamo qualcosa che risolve tutto magicamente. Non ci sono farmaci per un trattamento precoce. Un trattamento precoce implica avere un farmaco. Allo stato attuale la mia convinzione resta che i pazienti che hanno superato la malattia, nei casi più gravi, sono stati salvati soprattutto dalla terapia di supporto, dalla ventilazione, sono stati mantenuti vivi’.

Una parentesi e uno spiraglio Galli lo apre sul remdesivir con un’ avvertenza importante sul quando usarlo: ‘In alcuni casi, forse, alcuni farmaci hanno avuto un ruolo importante, non ho dati per poterlo affermare, stiamo aspettando i risultati degli studi sul remdesivir. La mia netta sensazione è che se un antivirale può funzionare, ma dobbiamo usare il condizionale, può farlo in una fase assai precoce di malattia. Quando il danno è maggiormente fatto, togliere di mezzo il virus serve a poco. Il remdesivir fra tutti gli antivirali è quello che ha un perché, però molto teoricamente’.

E spiega: ‘Che cosa è il remdesivir? è un analogo nucleoside, un analogo dell’adenosina, l’adenosina è uno dei 4 mattoni con cui si costruiscono gli acidi nucleici, Rna e Dna. Se questo analogo dell’adenosina riesce davvero a infilarsi competitivamente nell’Rna del virus, nella replicazione della catena virale dando un segnale di fine catena, come uno stop all’effetto domino, se questo avviene il farmaco può funzionare; ‘quanto’ è un altro paio di maniche. Se però non ci arriva o non ci arriva abbastanza, usarlo è vano. Su questo virus abbiano iniziato a ad usare il remdesivir senza una sperimentazione ad hoc, era stato sviluppato per l’ebola. Tra un mese avremmo qualche dato dallo studio randomizzato della Gilead. Ma avremo qualche risultato dell’analisi ad interim e non è detto che possa essere considerato definitivo’. Al momento ‘Stiamo lavorando senza rete su una malattia ancora del tutto orfana’. Quindi ritorna il punto di cui sopra: ‘Bisogna stare lì con il fucile puntato a vedere se salta fuori qualcosa e questo fucile dobbiamo averlo pronto’.

Gtu/Int2

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