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Martedì 19 marzo 2019 - 09:02

Il buon senso nella gestione dell’immigrazione in Italia

Il buon senso nella gestione dell’immigrazione in Italia

Roma, 19 mar. (askanews) – (di Lucia Ori, 18 anni)

Buon senso. Ormai la politica è basata sulle questioni di buon senso. È stato buon senso “chiudere i porti”, è stato buon senso associare la parola paura alla parola immigrazione, è stato buon senso non parlare più di che cosa succedesse ai migranti in Libia, sostenendo l’utopistico “aiutiamoli casa loro”, additando l’Europa come unica causa dell’atteggiamento del nostro paese. È stato infine buon senso non cercare un nuovo modello integrativo per le persone già presenti in Italia, come per esempio il modello di Riace, ma invece approvare una nuova legge che impedisce l’aiuto umanitario alle persone, o che, in parole povere, restringe il numero di persone aventi diritto di asilo.

A prescindere da qualsiasi presupposto ideologico o idea per risolvere il problema in futuro, quello che sta accadendo non solo in Europa ma nel mondo intero è che stanno creandosi degli enormi flussi migratori, gente che scappa dalle proprie terre, invase da guerre, mancanza di risorse e povertà, che li conduce a scappare e a cercare in Europa e nel mondo occidentale una vita dignitosa. Ci dimentichiamo spesso di dare valore alla vita che stiamo vivendo, dando per scontati quei diritti che ci sono riconosciuti per il solo fatto di essere nati: i diritti umani. La parola diritto porta con sé anche un’altra parola: dovere. Abbiamo infatti il dovere di far valere questi diritti non solo per noi stessi, ma anche per le persone che ci stanno intorno, in tutto il mondo, a prescindere dal colore, dalla provenienza e dalla lingua parlata. Ci stiamo dimenticando di questo, proponendo come giustificazione il fatto che questa chiusura diminuirà la quantità di partenze, ma questo non è vero.

Sbandierando dati sugli arrivi il ministro degli interni non fa altrettanto sulle partenze. Gli sbarchi sulle nostre coste sono diminuiti del 95,73%, secondo dati rilasciati dal Viminale. Gli sbarchi in Italia sono diminuiti, certo, sono invece aumentate le morti in mare: se nel 2017 i morti erano 1 ogni 30, nel 2018 si è passati a 1 ogni 6. Le partenze ci sono e ce ne sono ancora tante: la gente preferisce scappare, credere in quel “forse ci arriverai in Europa”, imbarcarsi su dei gommoni e magari riuscire a salvarsi la vita, recuperati delle sole barche che in questo momento si stanno occupando del salvataggio degli immigrati, le ONG. Anche il ruolo delle ONG è profondamente cambiato negli ultimi anni. Se prima, per salvare le persone disperate che cercano di raggiungere l’Europa, esse facevano parte di un sistema efficace di recupero e venivano indirizzate verso i barconi in difficoltà, adesso sono sole, non inserite in un sistema di soccorso, siccome le operazioni di recupero sono state completamente escluse dal programma politico italiano. Sono le uniche testimonianze della situazione effettiva nel Mediterraneo.

In compenso si parla ormai di una stretta collaborazione tra la guardia costiera in Libia e il governo italiano per impedire le partenze. Già nel 2017 l’Europa aveva finanziato con 200 milioni di euro un programma per far sì che le autorità libiche fossero in grado di controllare i propri territori, impedendo le partenze. La guardia costiera utilizza metodi violenti per bloccare le partenze, tanto che le ONG che ancora operano per il Mediterraneo registrano un diverso comportamento delle persone. Queste, scambiando le navi delle ONG per quelle della guardia costiera libica si gettano in mare piuttosto che cadere nelle mani dei libici: insomma preferiscono morire, piuttosto che farsi riportare indietro dalla guardia costiera, in quel paese dove vengono utilizzati come merce di scambio dai trafficanti, ricattati e costretti a subire indicibili torture. Forse la domanda che sarebbe opportuno fare è: come possiamo aiutarli a casa loro se siamo noi per primi a conoscere questo sistema di illegalità ma non facciamo niente di concreto per combatterlo?

Si può e si deve pensare di smontare un sistema basato sul traffico di esseri umani, incentivando i corridoi umanitari ed è giusto pensare di combattere le organizzazioni criminali basate su questi traffici nel nostro paese, ma è da considerarsi crimine contro l’umanità tutta quello di impedire indistintamente a gente disperata di approdare in un porto sicuro, dal momento in cui la situazione non sembra migliorare. I soldi che sono spesi dall’Unione Europea per impedire gli sbarchi, finanziando non solo la Libia, ma anche per deviare i flussi in Turchia, potrebbero invece essere utilizzati per creare un efficiente sistema di accoglienza e di controllo dei traffici in Europa, per aumentare l’azioni di quei corridoi legali che permettono agli immigrati di arrivare in Europa in sicurezza.

L’immigrazione di per sé è un fatto da considerarsi non solo come naturale, in quanto permette di colmare la mancanza di giovani che si registra in Europa e soprattutto nel nostro paese, ma anche come elemento propulsivo per lo sviluppo sociale. Il vero problema si presenta nel momento in cui la gestione di questi flussi è carente e i corridoi di illegalità non sono debellati dal sistema. Invece che spendere tempo e denaro conducendo campagne di informazione terroristiche e inutili, aumentando inutilmente il senso di insicurezza e di paura, maggiore rispetto alla situazione effettiva, sarebbe necessario utilizzare l’intelligenza dei nostri ministri per promuovere iniziative di miglioramento della condizione generale dei migranti. Passare davvero delle “parole ai fatti”.

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