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Lunedì 25 febbraio 2019 - 13:19

La spesa per le pensioni è sotto controllo, quella per l’assistenza no

Analisi del rapporto sulla previdenza di Itinerari previdenziali

Le analisi spesso sfatano luoghi comuni consolidati. Come quelli che aleggiano sulla spesa previdenziale italiana. Il sesto rapporto sulla previdenza realizzato dal centro studi di Itinerari Previdenziali conferma che il trend della spesa pura per le pensioni è assolutamente sotto controllo. Tra il 2013 e il 2017 l’aumento medio della spesa è stato di appena lo 0,88%. Ben diverso il trend della spesa per l’assistenza che viaggia a ritmi di crescita di oltre il 5% l’anno e in appena cinque anni è lievitata a oltre 110 miliardi di euro.

La separazione contabile della spesa previdenziale da quella per l’assistenza è sempre più necessaria per poter disporre di un quadro certo e chiaro per la politica ma anche per la stessa vigilanza.

I numeri dell’assistenza meritano una particolare attenzione. L’insieme delle prestazioni assistenziali (prestazioni per invalidi civili, indennità di accompagnamento, pensioni e assegni sociali, pensioni di guerra) ha toccato quota 4.082.876, per un costo totale annuo di 22,022 miliardi. Se si aggiungono però anche integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, si arriva a un totale di 8.023.935 di “pensioni assistite”: al lordo di qualche inevitabile duplicazione, i beneficiari di queste prestazioni rappresentano di fatto la metà dei pensionati totali e, come evidenziato anche dal presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, Aberto Brambilla, «un Paese del G7 abbia almeno la metà dei propri pensionati totalmente o parzialmente assistita dallo Stato dovrebbe far riflettere gli apparati politici, ma anche di vigilanza». Se ai primi va imputata la responsabilità di promesse elettorali che spesso fanno leva sull’erogazione di nuove o di più generose prestazioni assistenziali, per i secondi il Rapporto mette in guardia da una possibile “inefficienza della macchina organizzativa”, che finisce col distribuire queste risorse a una platea che i numeri suggeriscono essere troppo vasta per rispecchiare l’effettiva situazione economica del Paese.

Nel corso degli anni si è stratificato un sistema di prestazioni sociali, che si sono di fatto sommate e sedimentate nella legislazione, senza che ne sia mai stata prevista una razionalizzazione o che si istituissero controlli efficaci e “incrociati” tra i diversi enti erogatori. Così, in assenza di un anagrafe dell’assistenza assimilabile a quello in uso (e con buon successo) per pensioni e pensionati, il rischio evidenziato dal Centro Studi e Ricerche –  in prospettiva estendibile anche a reddito di cittadinanza e misure analoghe – è che queste prestazioni finiscano con l’incoraggiare “furbi”, evasori ed elusori, anziché essere realmente destinate ai “più bisognosi”.

Come puntualizza il Sesto Rapporto, il costo di tutte le attività assistenziali a carico della fiscalità generale per il 2017 è ammontato a 110,15 miliardi di euro: in sei anni il tasso di crescita dei trasferimenti, e quindi delle spese per assistenza, è stato quindi pari al 5,32%, un incremento superiore alla crescita del PIL e che vale oltre il 65% della spesa pensionistica al netto dell’IRPEF (e le cui prestazioni sono totalmente esenti da imposte). Senza considerare peraltro che a queste cifre andrebbero poi aggiunte le spese per il welfare sostenute dagli Enti locali.

Altro luogo comune è che l’Italia spende poco per il welfarela spesa per prestazioni sociali nel 2017 è ammontata a 453,87 miliardi di euro. L’aumento rispetto al 2016 è dello 0,4%, ma sale addirittura al 6,18% se si guarda al 2012.  Sul totale della spesa pubblica complessiva comprensiva degli interessi sul debito pubblico, la spesa per prestazioni sociali incide quindi per il 54,01%(il 58,6% al netto degli interessi). Non solo, se si rapporta, da un lato, la spesa sociale alle effettive entrate contributive e fiscali e, dall’altro, si tiene conto anche di tutte le funzioni sociali e delle spese di funzionamento degli enti che gestiscono il welfare a livello centrale e locale, la spesa sociale rispetto al PIL si attesta al 30% circa, uno dei livelli più elevati dell’Europa a 27 Paesi. Una spesa ingente che, secondo le stime Itinerari Previdenziali (in questo caso riferite al 2016, in assenza dei dati sulle entrate tributarie relativi al 2017), richiede per essere finanziata – oltre a tutti i contributi sociali, quando previsti – tutte le imposte dirette (IRPEF, IRES, IRAP e ISOS) e almeno altri 7,68 miliardi cui attingere attraverso imposte indirette.

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