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Pistoia, l’arte italiana dal Boom alla crisi e alla Contestazione

A Palazzo Buontalenti la seconda tappa di "Italia Moderna"

Pistoia, 10 ott. (askanews) – La seconda parte della storia, quella che ci porta fino alle radici del presente. A Palazzo Buontalenti la Fondazione Pistoia Musei presenta la seconda tappa della mostra “Italia Moderna”, che in questo caso copre il periodo 1960-1975, ossia il periodo tra “Il benessere e la crisi”, vissuto attraverso le opere degli artisti italiani delle collezioni di Intesa Sanpaolo. A curare l’intero progetto, che nella prima tappa ha visto raccontato il quindicennio 1945-1960, sempre Marco Meneguzzo.

“Non sempre l’arte va di pari passo con la politica o il costume – ha spiegato il curatore ad askanews – a volte va avanti, a volte resta un po’ attardata. In questo caso è molto coerente: in mostra per esempio ci sono due sezioni, una è dedicata all’Arte programmata, che rispecchia l’idea che l’industria ha un’arte per tutti, un’arte moltiplicata. Dall’altra parte abbiamo la Pop, e questa che cos’è se non l’immagine, l’oggetto, il lucente, l’orizzonte quotidiano finalmente più ricco dopo la miseria dei decenni passati”.

Lo scenario, come si vede, è quello di un cambimento radicale per il Paese, quello della mutazione antropologica ipotizzata da Pasolini. Uno scenario che è ricco di momenti contraddittori, di storie diverse, che però poi convergono verso il periodo di ribellione e di crisi con cui si conclude l’indagine artistica della mostra.

“E poi naturalmente – ha concluso Meneguzzo – c’è la Contestazione, che pensa che una società opulenta come quella propugnata, guarda caso, da una società industriale che vuole l’arte per tutti e pure dalla Pop che immagina ‘un tostapane in ogni tavola’, debba tornare alle origini, a un’originarietà che è quella delle cose veramente essenziali della vita. E alla fine ecco l’idea dell’artista che in una società mutata, che si riteneva fosse pre rivoluzionaria, si domanda e si interroga sul proprio ruolo”.

Nella mostra pistoiese, comunque, oltre a tutte le suggestioni storiche si ha anche l’opportunità di confrontarsi direttamente con una serie di opere e di artisti che hanno lasciato un segno a prescindere, e basta citare Giulio Paolini o Kounellis per inquadrare la portata del discorso. Ma una parola, prima di chiudere, vorremmo dedicarla a Gianni Colombo e ai suoi Spazi elastici. Entrarci dentro oggi resta un’esperienza di modernismo, ma diventa, in qualche modo, una precognizione sulla trama di fondo delle nostre vite digitali. Solo per questo ne vale la pena.

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