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Dentro le civiltà precolombiane: “Il mondo che non c’era”

La Fondazione Ligabue presenta la propria collezione a Venezia

Venezia (askanews) – Una mostra per raccontare, per la prima volta insieme, tutte le civiltà precolombiane del centro e sud America, attraverso la collezione di oggetti e reperti d’arte, ma non solo, raccolti negli anni da Giancarlo Ligabue. “Il mondo che non c’era”, allestita nelle magnifiche sale di Palazzo Loredan a Venezia, è un vero e proprio viaggio alla riscoperta di un universo, portato alla luce dai viaggi di Cristoforo Colombo e dalle successive scoperte geografiche sulla reale natura del Nuovo Mondo. Inti Ligabue, presidente della Fondazione intitolata al padre Giancarlo, ci ha presentato così l’esposizione.

“Con la mostra ‘Il mondo che non c’era’ – ha detto ad askanews – vogliamo raccontare la storia delle culture di un altro mondo, un mondo che ha vissuto parallelamente al nostro per millenni, senza mai farsi conoscere. Presenteremo tutte le culture mesoamericane, quindi da quelle più conosciute, come gli Olmechi, gli Aztechi, i Maya, ma anche quelle meno conosciute, Veracruz, Chupicuaro, Guerrero, Mezcala. E così anche per le culture andine, dagli Inca ai Moche, i Chavin e molte molte altre”.

Tra oggetti votivi e di uso comune, sculture che hanno ispirato molti artisti moderni e monili in oro che hanno alimentato la leggenda di El Dorado, il visitatore della mostra riesce a percepire la sensazione di società vive, complesse, umane. Se a questo si aggiunge che le stanze dell’esposizione contengono anche la biblioteca dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, ecco che l’atmosfera in cui ci si trova a vivere la mostra oscilla tra l’epica precolombiana e il fascino dell’Europa tra Sei e Ottocento, che tentava di capire più in profondità quel mondo nuovo. Ma naturalmente il progetto è anche un omaggio alla figura di Giancarlo Ligabue.

“Con il Centro Studi e Ricerche Ligabue – ha aggiunto il presidente della Fondazione – sono state organizzate 135 spedizioni nell’arco di 40 anni, non solo in centro e sud America, ma anche negli altri continenti. In questo caso però mio padre con questa collezione ha approfondito i suoi studi, ha pubblicato questi oggetti Quindi per noi la mostra ha significato unire 40 anni di passione, 40 anni di raccolta, 40 anni di studi, di approfondimenti e di spedizioni”.

“Il mondo che non c’era”, curata da Jacques Blazy, resta aperta al pubblico nel palazzo in campo Santo Stefano fino al 30 giugno.

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