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Giovedì 14 Dicembre 2017

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Arrivederci Damien, a Venezia si è conclusa una mostra epocale

A Palazzo Grassi - Punta della Dogana in 360mila per Treasures

Venezia (askanews) – La grande immersione nell’universo narrativo di Damiem Hirst si è conclusa: domenica 3 dicembre a Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Venezia la mostra “Treasures from the Wreck of the Unbelievable” ha accolto gli ultimi visitatori, prima di essere definitivamente consacrata alla leggenda. Nell’arco di quasi otto mesi i due musei veneziani hanno avuto circa 360mila visite, di cui 17mila sono stati i veneziani che hanno approfittato delle 35 giornate di gratuità riservate loro. Ma più che i numeri, quello che resta è l’incredibile azzardo narrativo della mostra, vera eredità di questi mesi. Ne abbiamo parlato con Martin Bethenod, direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi – Punta della Dogana.

“Qui con Damien Hirst – ha detto ad askanews – siamo arrivati alla più assoluta unicità, ed è stato un evento incredibile, non solo per il grado di ambizione, il grado di rischio preso da parte nostra, però anche da parte dell’artista, che si è proprio rimesso in gioco in un modo che pochi artisti hanno potuto fare negli ultimi decenni, perché l’ambizione e la dimensione di questo progetto di Damien è qualcosa che non si è mai visto”.

La grandezza dell’artista era fuori discussione, così come la sua enorme potenza di fuoco sul mercato, ma quello che più è rilevante oggi, oggi che la mostra è in qualche modo tornata su quel fondale marino dell’immaginario collettivo da cui un colpo di genio l’aveva fatta emergere, quasi come Atlantide, è l’idea stessa di esposizione che ha portato con sé, destinata a restare come paradigma per il futuro.

“Palazzo Grassi e Punta della Dogana – ha aggiunto Bethenod – sono musei nei quali si può sperimentare, si può accompagnare un artista al massimo delle sue potenzialità creative, prendendo tutti i rischi, prendendo tutte le sfide e tutte le scommesse. Questo è molto importante per noi”.

Sfide che il pubblico ha apprezzato, affollando le due sedi museali e creando un’altra narrazione sui canali social del Web, dove in molti hanno voluto dire il loro “io c’ero”, soprattutto davanti al colosso di 18 metri posto nel grande atrio di Palazzo Grassi. “Un progetto come quello di Damien Hirst, vista la sua dimensione narrativa e di eccezionalità come evento – ci ha spiegato il direttore – ci ha portato un pubblico che non solo è più ampio del solito, ma che soprattutto è nuovo, diverso rispetto al nostro solito pubblico: un pubblico più giovane, la metà ha meno di 45 anni; un pubblico internazionale, un pubblico legato alle nuove tecnologie, a Internet ai social. E questo per me è molto interessante, perché ci fa vedere anche quale può essere lo sviluppo di questi musei”.

La mostra Treasures, curata da Elena Geuna, ha cambiato anche l’immagine complessiva del lavoro di Hirst, troppo spesso frettolosamente liquidato considerando solo i prezzi delle sue opere, ma qui, accanto all’enorme domanda del mercato per le sue sculture, si è messo in campo molto altro, a partire da un diverso e nuovo modo di concepire perfino il ruolo del museo. “Siamo tutti stati coinvolti in questa avventura – ha concluso Martin Bethenod – che è cominciata come un segreto, e poi si è trasformata in un’avventura nella quale ogni persona di Palazzo Grassi è diventata un po’ il narratore di questa grande finzione inventata da Damien”.

L’arte contemporanea ha rotto gli argini, è diventata anche il suo contenitore, e ha travolto tutti noi spettatori, obbligandoci a scegliere a cosa credere. Come se lo squalo che per primo rese celebre l’artista inglese avesse finalmente rotto la teca che lo contiene, trovando il modo di nuotare libero nel mondo. Questo è Damien Hirst oggi, questo il Tesoro che ha dissepolto creando un passaggio tra le dimensioni di ciò che chiamiamo realtà e di ciò che chiamiamo fiction.

La verità, come sempre, è là fuori.

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