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A Sant’Elena riemergono i resti di centinaia di schiavi deportati

Stivati in un magazzino, attendono una sepoltura dal XIX secolo

Jamestown, Sant’Elena (askanews) – Le ali spezzate della libertà. Centinaia di africani riscattati dai mercanti di schiavi nel XIX secolo furono trasferiti nella remotissima isola di Sant’Elena, lo scoglio dell’ultimo esilio di Napoleone a mollo nell’Atlantico centro-meridionale a 1.900 km dalle coste dell’Angola. Dove morirono a seguito delle ferite e delle malattie causate dalla schiavitù.

Le loro sepolture sono state scoperte nel 2008 durante i lavori di costruzione di una strada destinata al nuovo aeroporto ma molti resti si trovano ancora all’interno di un magazzino nei presi del carcere di Jamestown, capoluogo dell’isola, e oggi una campagna di mobilitazione sta cercando di consentire loro una sepoltura finalmente dignitosa.

Nel XIX secolo, la Marina militare britannica, dopo la definitiva abolizione della schiavitù nell’impero di sua Maestà, aveva trasferito, qualcuno dice deportato…, migliaia di schiavi liberati a Sant’Elena. Confinati in condizioni agghiaccianti, molti morirono poco dopo lo sbarco.

Ogni settimana, una residente dell’isola, Annina Van Neel Hayes, si reca a pregare davanti alla porta sbarrata di quell’obitorio improvvisato.

“Durante i lavori per l’aeroporto abbiamo scoperto questi resti e riportato alla luce una scheggia di storia che pensavamo di poter dimenticare”, spiega Annina. “E adesso stiamo cercando di costringere la gente a ricordare. Perché la priorità non possono essere solo i lavori dell’aeroporto”.

Ma Annina non sembra essere sulla stessa lunghezza d’onda delle autorità. Quei poveri resti sono passati sotto la responsabilità delle direzione aeroportuale che sottolinea di stare facendo tutto il possibile per conservarli nella maniera più appropriata. In quel magazzino adibito a camera mortuaria per 325 africani deportati a Sant’Elena contro la loro volontà.

“É un vecchio edificio di pietra con muri spessi di roccia che mantengono un clima ideale in maniera naturale, evitando costosi sistemi di condizionamento”, dichiara impassibile Janet Lawrence, direttrice dell’aeroporto.

Ma forse ora le cose stanno cambiando. Nell’ottobre scorso è stata varata una commissione di esperti che entro sei mesi dovrà proporre una serie di conclusioni al fine di seppellire quei resti. Se non per dare loro la libertà, ormai troppo tardi, almeno per ottenergli finalmente la pace.

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