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Giovedì 23 Novembre 2017

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Le domande sulla realtà nelle fotografie di Stefano Graziani

Osservatorio di Fondazione Prada, la mostra Questioning Pictures

Milano (askanews) – Che la fotografia sia una rappresentazione problematica di ciò che chiamiamo “realtà” è un concetto ormai acquisito. A fare la differenza è la qualità di questa problematicità e del progetto dentro cui essa prende senso: per questo risulta particolarmente interessante la mostra di Stefano Graziani “Questioning Pictures”, commissionata dalla Fondazione Prada e allestita nello spazio milanese di Osservatorio. Lavorando su collezioni, in gran parte museali, ma non solo, Graziani ha, in un certo senso, documentato la documentazione, creando una narrazione che colpisce, pur nell’apparente chiarezza degli scatti.

“La decisione – ha spiegato Graziani ad askanews – è stata mostrare molto semplicemente ciò che vediamo. Vorrei cercare di eliminare tutte le sovra interpretazioni, tutto quello che si può aggiungere, eliminarlo in questo momento. Ma è possibile che questi lavori, il modo in cui costruiscono questa mostra e questo progetto, generino delle domande di diversa natura, su diversi interessi o che tocchino diverse discipline sullo spettatore”.

La diversità, per l’appunto, quel lieve disturbo della rappresentazione che smonta le interpretazioni preconcette e riattiva, oltre che i soggetti delle fotografie (che contano comunque solo fino a un certo punto, perché ciò che conta davvero è l’opera finale, la fotografia esposta), anche il processo che ha portato allo scatto. Come ha confermato il curatore Francesco Zanot.

“Stefano – ci ha detto – ha girato il mondo per poter realizzare questa mostra e ha selezionato una serie di opere che potevano dialogare o scontrarsi tra loro, ma in ogni caso procurare nuovi significati”.

“Tutti questi documenti, al limite della sfida alla riproduzione fotografica – ha aggiunto il fotografo – sono comunque una cosa importante: sono il risultato di un’azione all’interno di un sistema organizzato”.

Così come, e forse in modo così potente per la prima volta, appare come un sistema coerente e complesso anche lo spazio di Osservatorio, riallestito dallo studio Office in modo da rendere marginale perfino la magnifica location sul tetto della Galleria Vittorio Emanuele, questa volta ridotta a sfondo meno invadente sulla mostra. Quasi che anche ciò che vediamo fuori dalle finestre sia solo una forma di riproduzione di una delle tante possibili realtà. Che Graziani, in questo ricordando l’operazione dell’artista francese Camille Henrot e del suo video “Grosse Fatigue” sulle collezioni dello Smithsonian, organizza in una sorta di catalogo, possibile o impossibile a seconda dello sguardo dello spettatore.

“Graziani – ha concluso Zanot – lavora – sulla tassonomia, ha sempre realizzato dei progetti nei quali mette a confronto oggetti simili e in cui, in ogni caso, verifica l’azione della fotografia su questi oggetti, ovvero, non tanto o non solo come li documenta, ma anche li trasforma”.

Questa trasformazione fa la mostra, ennesima prova, questa volta con anche l’autorevole contributo di Fondazione Prada, che la distinzione tra fotografia e arte contemporanea non ha più, da decenni, alcun senso.

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