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Venerdì 28 Febbraio 2020

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Curriculum galeotto, cercare lavoro da ex detenuto

Al Salone della CSR il dibattito sollevato da Vivere con lentezza

Milano (askanews) – Una condanna, scontata, alle spalle e un curriculum in mano: un candidato in cerca di lavoro deve menzionare al colloquio il suo percorso di riabilitazione in carcere? E l’impresa come reagisce? Bruno Contigiani di “Vivere con Lentezza” ha sollevato il tema nel corso di un confronto al Salone della Csr e della Innovazione Sociale.

Luigi Pagano – già direttore del carcere di San Vittore e vice capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, e sovrintendente nel Nord-Ovest – durante una pausa dei lavori al Salone ha dato a queste domande risposte non scontate.

“Secondo me rischia di essere una palla al piede metaforica, ma molto pesante. Nel momento in cui tu hai pagato il tuo debito con la società, fatto salvo poi il tema della riabilitazione, nel momento in cui sei uscito dal carcere devi poter ricominciare a vivere. Forse quello stigma, che il carcere dà, non dovrebbe più esistere”.

Uno stigma che non dovrebbe esistere, ma che nella realtà pesa. La sollecitazione sollevata da Vivere con Lentezza è infatti tutt’altro che astratta, soprattutto in un contesto, come quello del Salone, dove le imprese mostrano il meglio delle proprie iniziative etiche e di responsabiltà sociale. Ecco la vicenda capitata ad un ex detenuto della Casa Circondariale Torre del Gallo di Pavia. Bruno Contigiani:

“Il caso concreto è dato da un detenuto che ha lavorato per un anno per una grande azienda di logistica, attraverso una agenzia interinale e con contratti rinnovati di volta in volta – dice Bruno Contigiani – Al momento dell’assunzione a tempo indeterminato, quando gli han chiesto la cosiddetta fedina penale, non è più stato assunto, anzi è stato licenziato per così dire”.

E allora come può, il candidato ex detenuto, difendere il proprio diritto ad essere valutato per quello che è; e non per quello che non è più? Se l’azienda chiede del suo passato, deve dire la verità o mentire?.

“Eh, questa è una bella domanda! Diventa un corto circuito. Dovrebbe dirlo, perché poi il rischio è di incrinare il rapporto con l’azienda. Poi vorrei dire un’altra cosa: prima di commettere un reato, la persona non aveva commesso alcun reato.

Voglio dire: siamo tutti esposti. Quindi nessuno in coscienza può criticare gli altri, e se una impresa lo vuole chiedere lo chiede però non è affatto detto che chi abbia un passato criminale sia peggio di chi non lo ha”.

In alcune attività lavorative la fedina penale può essere una discriminante nella scelta dei lavoratori. Ma in tutti gli altri casi, ovvero nella maggior parte dei casi, è giusto quindi che l’azienda chieda al lavoratore del suo passato?

“Secondo me eticamente non è giusto. Può essere giusto da un punto di vista giuridico, potrebbe essere un obbligo da parte dell’ex detenuto: possiamo dire tutto. Ma di sicuro eticamente non lo è. Basta vedere dell’esperienza del nostro passato; Mani pulite avrà pure insegnato qualcosa: chi era al vertice non era esente dalla responsabilità di reati che invece chi, dovendo lottare tutti i giorni, qualche reato aveva commesso”.

Sorprende, in queste vicende, l’atteggiamento dei detenuti: i più fiduciosi di tutti nella funzione di riabilitazione e riscatto che il carcere, che loro hanno conosciuto, dovrebbe avere.

“Abbiamo chiesto ai detenuti, sul numero zero del notiziario del carcere di Pavia, di dire cosa pensavano. La risposta mi ha stupito: la metà ha risposto che è il caso di indicare. L’altra metà ha detto di no, ma la maggior parte crede nella fiducia. Resto dell’opinione che è un argomento ancora molto spinoso e critico. Dal mio punto di vista la sincerità è molto utile, ma è chiaro che bisogna trovare degli imprenditori molto illuminati”.

luca.ferraiuolo@askanews.it

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