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Martedì 28 Marzo 2017

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Vincenzo Visco: paradisi fiscali, tutto lo sporco dell’economia

Festival Economia di Trento, esempio positivo dei Panama Papers

Trento (askanews) – Paradisi fiscali: lato oscuro dell’economia contemporanea. Hanno finanziato la globalizzazione, ma sono coinvolti pressoché in ogni crisi finanziaria mondiale. Contro di loro al momento si muove solo l’indignazione dell’opinione pubblica scaturita da ultimo dai Panama Papers. Ma poco si fa per contrastarli.

Vincenzo Visco, ex ministro delle Finanze e oggi presidente del centro studi NENS, ha tracciato al festival dell’Economia di Trento 2016 un’analisi impietosa sul sistema “off shore”. Ecco come definisce il mondo dei paradisi fiscali a margine del suo intervento al Festival di Trento: “Non direi che è un organo particolarmente immune da infezioni. Diciamo che è a parte nera dell’economia mondiale. Tutto lo sporco sta lì”.

Al mondo esistono tra 60 e 90 realtà che possono essere considerate paradisi fiscali – ha ricordato Visco – un quadro variegato di realtà con caratteristiche comuni come

il livello basso o nullo della tassazione; la segretezza; l’aggiramento di diverse normative, applicate invece altrove;

la presenza di un’industria finanziaria sovradimensionata rispetto all’economia del Paese.

Comuni anche i clienti: banche, servizi segreti, criminalità, società e privati che evadono il fisco. Contro questo mondo le proposte fatte a livello internazionale, secondo Visco, hanno pochi margini di successo. “Sinteticamente sono due: uno è lo scambio automatico delle informazioni, l’altro è il cosidetto Beps – dice l’ex ministro – Son tutte cose buone, ma incomplete. La verità è che i paradisi fiscali o si chiudono, o si riducono ai minimi termini, oppure vincono loro, e ci sono molti interessi a tenerli in funzione”.

Nel suo argomentare Visco ammette, quasi con disillusione, che è molto lunga e difficile la strada da percorrere affinché il sistema off shore venga superato da modelli economici più etici e meno dannosi. E non risparmia una nota sarcastica dinanzi alla proposta di ritiro delle licenze alle banche con filiali in paradisi fiscali. “Dovremmo chiudere tutte le banche di tutto il mondo – dice – resterebbe solo qualche banchetta locale in una economia periferica. Si vadano a vedere i bilanci delle nostre banche e si vedano quante sussidiarie hanno nei paradisi. Bisognerebbe cambiare il modello di sviluppo attuale dell’economia, nè più nè meno. Bisognerebbe tornare ad un mondo dove non c’è libertà di movimento capitali, se non a certe condizioni. A un mondo in cui banca e finanza sia controllato e limitato. A un mondo in cui l’economia reale vale di più di quella finanziaria; e in cui gli interessi della gente comune valgano di più di quelli dello 0,1 per cento più ricco del mondo. Son cose possibili, fatte in passato… Mi sembrano improbabili…”

Ma l’ex ministro dell’Economia, riferendosi alla vicenda dei Panama Papers, ha comunque indicato un piccolo segnale di possibile evoluzione, una piccola speranza a non considerare inevitabile questo sistema tanto negativo.

“Il segreto dei paradisi fiscali non è più così blindato, e quindi la gente puo acquisire informazioni e dalle informazioni segue l’indignazione, e dall’indignazione i governi vengono spinti a fare qualcosa. In parte sta succedendo, ma la pressione è bene che sia più forte”.

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