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Giancarlo Caselli: la mafia si può sconfiggere, basta volerlo

Esce "Nient'altro che la verità", una vita per la giustizia

Roma, (askanews) – Giancarlo Caselli, uno dei magistrati più noti in Italia (nei suoi quasi 50 anni di carriera, fra le altre cose, ex procuratore di Palermo, procuratore a Torino, membro del CSM, responsabile delle carceri), ha appena pubblicato “Nient’altro che la verità” per le edizioni Piemme: “La mia vita per la giustizia: fra misteri, calunnie e impunità.

La mafia si può sconfiggere, basta volerlo, assicura in una intervista ad askanews. “E’ l’insegnamento del giovane Falcone” spiega Caselli, “la mafia si può sconfiggere, basta volerlo e organizzarsi per farlo. Molte volte ci siamo arrivati vicino – Falcone e Borsellino prima, noi che lavoravamo a Palermo dopo le stragi – ma sempre qualcosa o ci ha fermato o ci ha inceppato. Questo avviene quando ti occupi non dei mafiosi di strada ma degli imputati cosiddetti eccellenti. Nel caso di Falcone e Borsellino, Ciancimino padre, i cugini Salvo, i cavalieri del lavoro di Catania; nel caso nostro, tanto per fare qualche nome, Andreotti, Mannino, Dell’Utri e via seguitando. Allora il cammino viene interrotto o reso più difficile”. Il problema, secondo Caselli, “non è tanto della conclusione di questi processi e delle sentenze” magari di assoluzione dei procedimenti, ma “è un problema di clima, di ostilità che si crea attorno ai magistrati, alle forze dell’ordine e ai pentiti che parlano degli imputati eccellenti. Ma questo indirettamente, magari senza volerlo, per difendere il compagno di cordata, finisce per rafforzare la mafia.

Caselli nel libro racconta la cattura di Riina e lo shock di trovare il covo completamente privo di documenti, un episodio che farebbe pensare a una trattativa stato-mafia. “L’indagine in merito è conclusa, sono i magistrati giudicanti della Corte d’Assise che stanno decidendo ed è un compito molto delicato, se l’ipotesi di accusa della Procura, sostenuta secondo me dalla Procura con grande coraggio, sia sufficiente per una eventuale sentenza di condanna. Quando catturammo Riina noi della Procura volevamo subito procedere alla perquisizione, e i carabinieri del Ros e in particolare l’eroe nazionale, che per molti profili è ancora, il capitano De Caprio, noto come Capitano Ultimo, ci disse “assolutamente no” perché si sarebbe compromessa una operazione più ampia. Come non credere a chi aveva messo le manette a Riina? Soltanto che il presupposto era “si sorveglia il covo”. Invece questo non avvenne, nessuno disse nulla alla Procura. Quando entrammo fu una mazzata per noi. Invece di sfaldarci, però, è riuscita a compattarci. Anche in questa brutta cosa abbiamo trovato una spinta per compattarci, noi della procura, e abbiamo conseguito risultati importanti. Ne cito uno soltanto: 650 ergastoli. Non è poco”.

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