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pubblicato il 05/nov/2015 20:53

Renzi dice "no" alla proposta Boeri di taglio delle pensioni d'oro

L'ipotesi era per finanziare un reddito minimo garantito per gli over 55

Renzi dice "no" alla proposta Boeri di taglio delle pensioni d'oro

Roma, 5 nov. (askanews) - La proposta, spiegano da palazzo Chigi, era da tempo sul tavolo del premier. E da tempo era stata bocciata. Perché tagliare le pensioni, anche se quelle "d'oro", va nella direzione opposta alla filosofia che Matteo Renzi ha scelto per la sua Legge di Stabilità. "Dobbiamo dare fiducia agli italiani", dice. Spiegando che seppure "alcuni correttivi proposti dall'Inps di Tito Boeri avevano un valore di equità", tutavia "non mi è sembrato il momento". Anche perchè sempre a Vespa il premier spiega che la proposta Boeri avrebbe tagliato anche "pensioni da 2000 euro al mese", oltre a scontare - come aggiunge in serata il ministro del Lavoro Poletti - l'assenza delle risorse necessarie. Quello che da palazzo Chigi tengono a precisare, è che la pubblicazione sul sito dell'Inps della proposta di Boeri "era stata concordata". Ergo, non va letta come una reazione dell'economista alla bocciatura di Renzi. LA PROPOSTA INPS. Istituire un reddito minimo per gli over 55 prelevando risorse dalle cosiddette pensioni d'oro, ovvero quei trattamenti non giustificati dai contributi versati. L'apertura al reddito minimo è solo una delle proposte elaborate dall'Inps per una previdenza regolata "non per cassa ma per equità" e pubblicate sul portale dell'Istituto e consegnato al Governo nel giugno scorso. Il documento, ora disponibile sul portale dell'istituto, ha tre sezioni: motivazione e descrizione delle proposte normative, articolato, note tecniche sui costi delle misure proposte e le valutazioni dei loro effetti redistributivi. Il pacchetto proposto dall'Inps prevede l'istituzione del sostegno di inclusione attiva per gli ultra 55enni; il riordino delle prestazioni assistenziali per gli ultra 65enni; la modifica del regime delle prestazioni assistenziali alle pensioni in regime internazionale; l'aggiustamento attuariale dei trattamenti pensionistici elevati e il ricalcolo dei vitalizi; l'uscita flessibile; l'unificazione gratuita delle pensioni maturate in regimi diversi; nuove opportunità di versare contributi per il lavoratore e il suo datore di lavoro; l'armonizzazione delle regole dei dirigenti sindacali con quelle degli altri lavoratori nel pubblico impiego. Il pacchetto di misure, sottolinea l'Inps, va a beneficio dei contribuenti attuali e futuri in quanto riduce il debito pensionistico implicito. Abbatte del 50% la povertà tra chi ha più di 55 anni e non ha ancora maturato i requisiti per la pensione; mentre aumenta la sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale, lo rende più equo e dunque anche socialmente più sostenibile. Aumenta la libertà di scelta in relazione alla data da cui si decide di percepire la pensione, imponendo equiparazioni di trattamenti fra chi ottiene la pensione prima e chi la ottiene dopo. Secondo l'istituto di previdenza questo contribuisce ad aumentare il benessere delle famiglie e a rendere più efficiente la gestione del personale da parte delle imprese, facilitando la ristrutturazione dell'industria italiana. Agevola, dice ancora l'Inps, il turnover nella pubblica amministrazione, liberando posti per nuove competenze. Semplifica il sistema e rimuove le penalizzazioni in essere per lavoratori che hanno carriere fra il pubblico e il privato oltre che fra gestioni diverse. Dal punto di vista congiunturale, ha un contenuto espansivo, ma senza mettere a rischio la tenuta dei conti pubblici, dato che complessivamente porta a ridurre il debito pubblico. Ci sono costi limitati a carico di circa 230mila famiglie ad alto reddito (appartenenti al 10% della popolazione con redditi più alti), che si vedono ridurre trasferimenti assistenziali loro destinati in virtù di una cattiva selettività degli strumenti esistenti. Tra i potenziali soggetti che ci perdono anche circa 250mila percettori di pensioni elevate, legate in gran parte all'appartenenza a gestioni speciali, e non giustificate dai contributi versati durante l'intero arco della vita lavorativa, oltre che più di 4mila percettori di vitalizi per cariche elettive. Infine, i lavoratori con lunghe anzianità contributive (ma che hanno iniziato a lavorare dopo il compimento del diciottesimo anno d'età), che decidessero di accedere a pensioni anticipate, si vedrebbero applicare una riduzione di queste prestazioni che può arrivare fino al 10%. Si tratta di una platea di circa 30mila persone all'anno e in via di riduzione. Da valutare peraltro se la presenza di correzioni attuariali renda non più necessaria l'indicizzazione alla speranza di vita dei requisiti contributivi per l'accesso alle pensioni anticipate (per esempio congelando i requisiti a 43 anni per gli uomini e 42 anni per le donne). Infine non rende più possibile per i dirigenti sindacali applicare alla contribuzione aggiuntiva le regole di calcolo più vantaggiose presenti per la gestione pubblica fino al 1992. Da notare, conclude l'Inps, che alcune delle coperture per l'uscita flessibile potranno essere mitigate nel caso in cui si decidesse di ampliare il disavanzo iniziale, tenendo conto che questo sarà compensato da minori disavanzi futuri. Rea

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