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Giovedì 27 agosto 2020 - 13:34

Italia-Germania 4-3, emozioni “Picchio” De Sisti a 50 anni da sfida

Presentazione libro Nando Dalla Chiesa, "La partita del secolo", a "Passaggi festival"
Italia-Germania 4-3, emozioni “Picchio” De Sisti a 50 anni da sfida

Roma, 27 ago. (askanews) – L’incontro del secolo (scorso), la partita delle “emozioni”. A cinquant’anni dall’epica sfida calcistica Italia-Germania, ai Mondiali del 1970 in Messico, conclusasi con la vittoria degli azzurri per 4 a 3, Giancarlo De Sisti, detto “Picchio”, dirigente sportivo ed ex calciatore, torna a rivivere quei lontani ricordi. “È stato detto, scritto e riscritto, in tanti modi da parte di tanti autori, che hanno cercato di rivivere anch’essi, pur non essendo in campo, i momenti cruciali di quella partita. Una partita che ha avuto delle fasi ben distinte, anche se c’è un prima e anche un dopo. Il prima è caratterizzato dalla stima, non eccessiva, ma credo giusta che meritassero i tedeschi, in quanto squadra, in quanto formazione di notevole livello. Anche noi però non eravamo malaccio!”. Quando io mi lasciai intervistare da un giornale sportivo e dissi che di questa partita ne avremmo parlato pure per 10 anni, è iniziato il dopo”, spiega ad “Effetto Notte Estate” su Radio 24. “Sono passati invece 50 anni. Al di là della questione della staffetta, il momento più importante – ricorda De Sisti – è stato appunto quello delle emozioni. La partita si era messa immediatamente bene per noi perché quando è stato segnato il gol di vantaggio erano passati pochi minuti e quindi la tendenza tattica della nostra formazione ad aspettare e attendere come dei mezzi addormentati, pronti a promuovere il contropiede con una grandissima velocità, era reso ancora più favorevole da questo vantaggio iniziale. Abbiamo subito però per molti tratti la veemenza dei tedeschi, che hanno rischiato di riprendere la partita, come poi è successo, rendendola magnifica, perché fino allo svolgimento dei tempi normali non è stata una gran partita, anche se una partita, come dicono tutti, decisa e con tanta sportività”.

Alla domanda del giornalista se andasse più d’accordo con Rivera o con Mazzola, De Sisti risponde così, sorridendo: “Buona questa… All’inizio, quando ancora dovevamo scendere in campo per la prima partita ufficiale contro la Svezia, negli allenamenti che svolgevamo al Club America, Città del Messico, negli intervalli dove si cercava la soluzione migliore, oppure alternative da verificare, c’era Brera che gironzolava, era uno dei più forti giornalisti in circolazione. Io mi ricordo che giocai un primo tempo e nel secondo tempo venimmo sostituiti per una questione di provini e mi avvicinò Brera e mi disse ‘dunque tu sei per Mazzola, perchè hai giocato con Mazzola tutto il settore giovanile, con le rappresentative laziale e lombarda e poi con la nazionale junores’. Io ho scoperto di fare parte di quella scuderia da Brera, in realtà io ero uno dei pochi. C’erano cinque interisti, quattro del Cagliari, uno juventino, due milanisti, due fiorentini, insomma eravamo un po’ sparpagliati e quindi diciamo che lì la storia probabilmente era diversa”.

“Noi il calcio in Italia, in quel periodo – spiega – non lo concepivamo sicuramente molto diverso da quello facevamo quasi tutti, a partire dall’Inter e il Milan che erano campioni d’Europa e vincevano nel mondo. Noi abbiamo avuto sempre i difensori e i portieri più forti al mondo. Ora abbiamo cambiato, adesso andiamo all’attacco. Come dice il grande Nando – dice, riferendosi al libro di Nando Della Chiesa “La partita del secolo”, edito da Solferino, che domani, venerdì 28 agosto, verrà presentato a Fano, in occasione di “Passaggi Festival”, il più grande evento estivo dedicato al libro, diretto da Giovanni Belfiori – ai supplementari non avevamo più niente da perdere e andammo all’attacco”.

Nel libro, la chiave è proprio quella: ” Questo cinquantenario per me è stato un sogno dal quale non mi sarei mai voluto svegliare. Io una cosa vorrei aggiungere sul libro di Nando – conclude Giancarlo De Sisti – trovo molte concordanze riguardo un suo modo di esprimersi e un suo convincimento, cioè che eravamo quasi tutte persone provenienti dalla classe operaia, noi i giocatori nati nel periodo post-bellico, o nati a cavallo del ’40”.

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