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Giovedì 13 giugno 2019 - 16:46

Al cinema “Rapina a Stoccolma”, tra tragicomicità e psicologia

Il fatto reale nel 1973, venne poi descritta l'omonima sindrome
Al cinema “Rapina a Stoccolma”, tra tragicomicità e psicologia

Roma, 13 giu. (askanews) – L’anno è il 1973. La città Stoccolma. Il mese agosto. Due uomini prendono il controllo della Sveriges Kreditbank tenendo in ostaggio quattro persone per sei giorni, poiché il governo svedese gli impedisce di lasciare la banca con gli ostaggi. Un fatto di cronaca, certo, ma anche una storia dal sapore tragicomico, in cui gli ostaggi finiscono per legarsi ai loro sequestratori rivoltandosi contro le autorità; un fenomeno che gli psicologi hanno definito sindrome di Stoccolma. Uno stato che, successivamente, la psicologia ha descritto manifestarsi in seguito ad un episodio estremamente violento o traumatico, ad esempio proprio un sequestro di persona o un abuso ripetuto. Il soggetto affetto da Sindrome di Stoccolma durante l’abuso o la prigionia, prova un sentimento positivo, fino all’amore, nei confronti del proprio aguzzino. Si crea una sorta di alleanza e solidarietà tra la vittima e il carnefice.

La sindrome come detto deve il suo nome a ciò che successe in occasione della tentata rapina alla “Kreditbanken” di Stoccolma nel 1973, da parte di Jan-Erik Olsson, evaso dal carcere di Stoccolma, insieme a un compagno di cella Clark Oloffsson, che per sei giorni sequestrarono quattro dipendenti. La prigionia e la convivenza forzata, in un corridoio di 16 metri per 3, si concluse con il rilascio volontario degli ostaggi e la resa dei rapitori. Con grande sorpresa degli inquirenti, una volta rilasciate, le vittime espressero sentimenti di solidarietà verso i propri sequestratori, provarono una forma di attaccamento emotivo verso i banditi fino a giungere al punto, una volta liberati, di prenderne le difese e richiedere per loro la clemenza alle autorità, arrivando a testimoniare in loro favore. Una delle donne rapite instaurò addirittura un vero e proprio legame sentimentale con uno dei due criminali che si protrasse oltre il rilascio. Il termine Sindrome di Stoccolma fu coniato dal criminologo e psicologo Nils Bejerot, cche aiutò la polizia durante la rapina.

Fin qui la realtà, di fatto un copione cinematografico già scritto. Il primo ad accorgersi della tragicomicità di questa assurda storia (divenuta addirittura elemento di base della psicologia moderna) fu, il 25 novembre 1974 Daniel Lang sul “New Yorker”, in un articolo intitolato The Bank Drama che documenta la vicenda.

Ed oggi ciò che accadde nel 1973 rivive in “Rapina a Stoccolma”, film nelle sale italiane dal 20 giugno prossimo. Pochi cambiamenti, la trama si sovrappone al fatto: Lars Nystrom (Ethan Hawke), un rapinatore alquanto eccentrico, irrompe nella banca centrale e prende in ostaggio alcuni impiegati per costringere la polizia a scarcerare il suo amico Gunnar (Mark Strong). Con i suoi modi bizzarri, Lars riesce ad accattivarsi le simpatie e l’aiuto dei suoi sequestrati, soprattutto di Bianca (Noomi Rapace), moglie e madre di due bambini. Il paradossale rapporto tra Lars e i suoi ostaggi ha dato origine al fenomeno “Sindrome di Stoccolma”.

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