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Mercoledì 16 settembre 2020 - 12:56

Geo-Archeologia, forte impatto Covid-19 sulle ricerche sul campo

Ricercatori: serve nuova impostazione, più ricorso a tecnologie
Geo-Archeologia, forte impatto Covid-19 sulle ricerche sul campo

Roma, 16 set. (askanews) – La pandemia da virus COVID-19 in corso, limitando la mobilità globale, ha forzato l’interruzione di praticamente tutte le attività di ricerca all’estero in ambito geologico e archeologico. Questa situazione ha portato un gruppo internazionale di ricercatori impegnati in ambito archeologico e geoarcheologico, tra cui Andrea Zerboni, geoarcheologo e docente del dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio” dell’Università Statale di Milano, a incontrarsi in videoconferenza e confrontarsi sul tema.

Da questa riflessione – informa la Statale – è scaturito un articolo appena pubblicato sulla rivista internazionale “Nature Ecology and Evolution”, che esamina la situazione e sottolinea come in futuro la ricerca di terreno dovrà cercare una nuova impostazione, che includa nuovi approcci tecnologici ed etici.

In molti campi della ricerca scientifica, le indagini di laboratorio non sono che l’ultimo tassello di un lungo e paziente lavoro che inizia fuori dalle mura degli istituti di ricerca: è la ricerca sul terreno, in Italia e all’estero. Per molte discipline come le Scienze della Terra, le Scienze Archeologiche e le Bioscienze, la ricerca inizia sul campo, dove vengono condotte osservazioni e misurazioni, e vengono raccolti campioni da analizzare in laboratorio. Il lavoro sul terreno a volte dura una stagione (qualche settimana o pochi mesi), mentre in altri casi servono molti anni prima di conseguire risultati significativi.

Ne sono un esempio le ricerche archeologiche, antropologiche, geoarcheologiche e paleoclimatiche che, assieme, indagano l’origine della nostra specie e il lungo percorso che l’ha portata a colonizzare tutto il pianeta nel corso di quel periodo della storia della Terra chiamato Quaternario. Le ricerche di questo ambito si svolgono soprattutto in Africa ed in Asia, in aree spesso remote, difficili da raggiungere e lontane dai centri abitati. Ricerche che hanno subito uno stop a causa della pandemia.

Secondo gli studiosi, è necessario coinvolgere sempre più i colleghi appartenenti alle istituzioni delle aree dove si svolge la ricerca formandoli in modo appropriato, in modo che possano essere loro stessi a svolgere le ricerche in prima persona, condividendo poi i dati raccolti con tutti i partecipanti al gruppo di ricerca (collaborazione da remoto). È necessario inoltre sviluppare metodologie di raccolta dati che, sfruttando le nuove tecnologie del remote sensing e della fotogrammetria, permettano di digitalizzare ad alta risoluzione il maggior numero possibile di evidenze (sequenze stratigrafiche, affioramenti di rocce e depositi, paesaggi archeologici) e di renderle disponibili alla comunità scientifica in repository di dati di libero accesso.

Queste soluzioni, da un lato permetterebbero di far fronte a una nuova emergenza (sanitaria come oggi, oppure sociale come nel caso di conflitti), senza dover interrompere progetti di ricerca in corso e favorendo il trasferimento di conoscenza. Dall’altro lato, consentirebbero di ridurre a pochi individui il flusso di ricercatori che si muovono, generalmente in aereo, per svolgere le attività di terreno, diminuendo quindi anche la quantità di emissioni di CO2 legate alle attività di ricerca.

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