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Martedì 29 ottobre 2019 - 10:55

Ricerca, pulcini nascono capaci di riconoscere e evitare pericoli

Su PNAS studio Università Trento e Queen Mary University of London
Ricerca, pulcini nascono capaci di riconoscere e evitare pericoli

Roma, 29 ott. (askanews) – I pulcini hanno la capacità di scappare dai predatori fin dalla nascita e non la apprendono per esperienza. È quanto sostiene uno studio condotto dall’Università di Trento con la Queen Mary University of London. Il team di ricerca ha anche scoperto che i pulcini appena nati sanno rallentare o arrestare il movimento per evitare di essere notati quando un predatore è ancora lontano. Lo studio, pubblicato ieri dalla rivista PNAS, mostra che questa capacità è innata e non richiede un processo di apprendimento.

Una risposta adeguata ai predatori è fondamentale per la sopravvivenza e, nel caso di un contatto preda/predatore, elaborare la migliore strategia di difesa per prove ed errori risulta molto lento e può essere perciò fatale. Per questa ragione era stato ipotizzato che la capacità di scappare o di bloccarsi non richiedesse apprendimento, ma i dati a disposizione non permettevano di affermarlo con certezza.

Elisabetta Versace, in precedenza post doc all’Università di Trento e adesso Lecturer alla Queen Mary University of London, coautrice dello studio, spiega: “I nostri risultati mostrano che all’inizio della vita gli animali sono ben equipaggiati per resistere alle minacce presenti nell’ambiente, possedendo alcune predisposizioni che li aiutano a sopravvivere”.

“Assieme ai nostri studi precedenti sulle predisposizioni sociali che aiutano pulcini e piccoli di essere umano a interagire con i loro partner sociali – afferma Giorgio Vallortigara, che guida il team dell’Università di Trento – queste scoperte chiariscono che noi non nasciamo come una tabula rasa, ma con meccanismi sofisticati che ci rendono capaci di usare specifiche strategie di fronte a particolari stimoli”.

Marie Hébert, ricercatrice dell’Università di Trento e prima autrice dell’articolo, ha condotto gli esperimenti sugli animali appena nati e ha potuto così mostrare come le diverse reazioni messe in atto per difendersi dai predatori siano presenti già alla nascita. Il team di ricerca – spiega l’ateneo di Trento – ha svolto una serie di esperimenti nei quali i pulcini appena usciti dall’uovo non hanno la possibilità di entrare in contatto con oggetti che si muovono, e di farne quindi esperienza. Al primo incontro con una minaccia che si avvicina (uno stimolo imminente sopra la testa, che simula un rapace che scende) o minacce che si muovono a distanza (un grande oggetto in rapido movimento traslatorio sopra il capo, che simula un predatore che esplora il territorio alla ricerca di una preda), i pulcini rispondono in modo appropriato. Gli animali fuggono rapidamente nel caso di minacce che si avvicinano, mentre riducono la loro velocità in presenza di pericoli che si muovono in lontananza.

Questo genere di esperimenti può essere condotto con i pulcini perché sono capaci di muoversi e nutrirsi da soli fin dalla nascita. I pulcini hanno inoltre una capacità di percezione sensoriale e un sistema motorio sviluppati appena usciti dall’uovo. Si conosce relativamente poco riguardo al comportamento all’inizio della vita e ai meccanismi neuronali che sottendono alle risposte a una minaccia rilevata con la vista. Le risposte di ritrazione a uno stimolo in rapido avvicinamento può essere osservata anche nei neonati umani, mentre la risposta di immobilizzarsi può essere ritrovata negli essere umani anche adulti in situazioni di estremo pericolo, come un incendio o un’aggressione sessuale.

“Ora – dice Marie Hébert – approfondirò quali parti del cervello dei pulcini si attivano di fronte a una minaccia rilevata con la vista, con un focus specifico su alcune strutture (come l’amigdala e il tetto ottico) che svolgono un ruolo cruciale nell’individuazione della minaccia e nell’attivazione dei comportamenti di difesa. Cercherò di associare gli esperimenti sul comportamento con marcatori dell’attivazione neuronale nel cervello”. Questo tipo di esperimenti può aprire la strada a indagini sui meccanismi molecolari e sulle differenze individuali in queste risposte, che hanno basi sia genetiche sia ambientali.

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