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pubblicato il 18/ott/2016 13:48

Museo del Novecento: BOOM 60!, ovvero come l'artista diventa divo

Quando i rotocalchi raccontarono l'arte moderna, facendola pop

Museo del Novecento: BOOM 60!, ovvero come l'artista diventa divo

Milano, 18 ott. (askanews) - Al Museo del Novecento la mostra "BOOM 60! Era arte moderna" offre una stimolante lettura del rapporto tra arte e mezzi di comunicazione di massa. L'esposizione, curata da Mariella Milan e Desdemona Ventroni con Maria Grazia Messina e Antonello Negri dà conto di come l'arte veniva raccontata dai settimanali e dai mensili di attualità illustrata, i rotocalchi, tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

L'allestimento permette di comprendere come ci si sia avvicinati alla dimensione pop dell'arte grazie alla interazione tra tre ingredienti potentissimi: un mezzo di comunicazione formidabile per l'epoca (i rotocalchi, in quegli anni molto più diffusi dei quotidiani); testimonial famosi (attori e vip fotografati vicino alle opere); e infine l'avida curiosità di quanti scoprivano - come pubblico indifferenziato e progressivamente sempre più vasto - l'affascinazione del gossip (si vuol sapere tutto dell'artista-divo, ma della sua vita privata, non della visione estetica).

Tre ingredienti che decretano il "boom" di un mondo artistico, che si accompagna a quello economico, a prescindere dal giudizio di critici e commentatori di costume. Un'immagine su tutte illustra in sintesi questo fenomeno: Alberto Sordi, con l'aria scettica, che infila la testa nel "buco" del "Nudo" di Alberto Viani. La foto è stata fatta alla Biennale del 1958 - ben 20 anni prima del film "Vacanze intelligenti" che riporta Sordi alla Biennale, sempre più scettico e critico delle opere esposte - e marca un successo dirompente, che surclassa ogni critica feroce. (foto e opera visibili, oggi, alla mostra).

Ma oggi? Oggi sta forse accadendo qualcosa di simile, ma con esiti del tutto diversi e per molti aspetti ancora da comprendere. Un mezzo di comunicazione di massa formidabile (i social media, in tutte le loro articolazioni) sta dando una nuova e ancora più diffusa visibilità a opere d'arte di ogni genere e tendenza, purché facciano da sfondo all'unico vero testimonial che si vuol inseguire: noi stessi, in un selfie. Nella loro fruizione pop, oggi, ancor più ferocemente di allora, non importa che valore e senso abbia l'opera-fondale, basta che sia cool, o almeno riconoscibile (perché già famosa, o perché impossibile da evitare). E ancor meno interessa l'artista, né la sua visione, e né più la sua vita da divo. I divi siamo noi: ci basta uno scatto.

In quale prospettiva proiettare e comprendere questa tendenza, è ancora tutto da esplorare. Di certo questa nuova interazione segna, per chi la vuol capire, il prossimo boom, artistico e economico. Lo si vede in tante proposte espositive dove consentono - spesso ancora solo per marketing - e stimolano non più l'interazione pubblico-opera, ma appunto l'uso dell'opera come scenografica per un autoscatto. E lo ha intuito bene Alessandro Mendini, che con il suo atelier ha curato l'allestimento al Museo del Novecento: ha posizionato i pezzi in mostra sullo sfondo di specchi, in modo che il pubblico possa ammirare se stesso oltre le opere. E alla domanda su quale sia oggi il rapporto tra mezzi di comunicazione, divi, e arte ha risposto: "La persona è il divo di se stesso, vedrete ora quanti selfie si faranno in questa mostra!". Museo del Novecento - Milano - dal 18 ottobre 2016 al 12 marzo 2017.

luca.ferraiuolo@askanews.it

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