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pubblicato il 05/dic/2014 18:29

Si allontana la scissione M5S. Attesa per il Pizzarotti day

La prudenza dei dissidenti: "Vediamo come va domenica..."

Si allontana la scissione M5S. Attesa per il Pizzarotti day

Roma, 5 dic. (askanews) - E' di nuovo l'ora del gioco del cerino. I "dissidenti" non lasciano, i vertici frenano le espulsioni, e la frattura insanabile nel Movimento 5 stelle per ora non produce significativi smottamenti in Parlamento: nessuno vuole la responsabilità della scissione, anche se, dicono fonti parlamentari, non è possibile nemmeno ricucire: "Non è per fare quel lavoro che è stato creato il gruppo dei cinque", spiega un senatore parlando del direttorio guidato - non formalmente - da Luigi Di Maio. "Il problema - aggiunge - è che c'è in giro troppa voglia di purezza della razza, non per colpa di Beppe ma di una mentalità diffusa nel gruppo".

Domenica prossima il sindaco di Parma Federico Pizzarotti, che Grillo e Casaleggio considerano il "pontiere" fra dissidenti M5S e governo Renzi, riunisce eletti nazionali e amministratori locali per spiegare come cambia il ruolo del movimento quando governa. "Vediamo come va domenica, e come si muove il nuovo direttorio su legge elettorale e presidente della Repubblica", dice, protetto dall'anonimato, uno dei deputati più critici, secondo il quale comunque "da qui a Parma non succederà nulla e probabilmente nemmeno nei giorni successivi". Del resto, Roberto Fico, a nome del direttorio, ha garantito che non ci saranno conseguenze per chi parteciperà all'evento.

In questi giorni sono stati fatti circolare numeri poderosi di una possibile scissione: ma se alla Camera i dissidenti pensano di poter contare su una pattuglia vicina all'autosufficienza per creare il gruppo ("tra i quindici e i venti", raccontano), a palazzo Madama il clima è diverso. "Non sento in Senato una volontà di scissione", dice una voce in passato vicina ai dissidenti. "C'è qualche caso di contrasti individuali, come Molinari e Vacciano, ma nessuna reale differenza di linee politiche". A parte forse per Serenella Fucksia, senatrice marchigiana che si è addirittura astenuta nella fiducia sul contestatissmo Jobs Act. Anche dalle parti di Sinistra ecologia e libertà, che pure ha guardato con interesse al possibile smottamento del gruppo stellato, c'è scetticismo: "Due o tre ex grillini - spiega un senatore vendoliano - fanno già parte della maggioranza, gli altri sono parcheggiati al misto. Altre uscite sono possibili, ma alla spicciolata".

Di fatto, una scissione del M5S contro l'autoritarismo e le espulsioni e per un atteggiamento più "dialogante" in Parlamento oggi rischierebbe di essere irrilevante: alla Camera la maggioranza ha numeri ancora solidissimi, al Senato non ci sarebbero i numeri per sostituire Ncd, quindi ai fuoriusciti non resterebbe che accomodarsi sui banchi di una opposizione solo meno visibile di quella di provenienza. Paradossalmente, quindi, i problemi interni rimbalzano sull'ala ortodossa, piuttosto variegata al suo interno. La svolta verticistica fatta col "gruppo di rappresentanza", come lo ha definito Grillo, costituito per nomina dall'alto ratificata dalla rete grazie alla sconfinata popolarità di Di Maio e Di Battista, ha lasciato qualche strascico di malumore. Uno dei presenti all'assemblea congiunta di giovedì racconta che un senatore tradizionalmente allineato come Marco Scibona, pur dando fiducia al quintetto, abbia confessato in assemblea di aver votato contro per ragioni di metodo. E che abbia, scherzando ma non troppo, avvertito i cinque: "Alla prima cagata che fate vi porto giù i pullman dei No Tav...".

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