mercoledì 18 gennaio | 02:58
pubblicato il 10/giu/2014 14:13

Riforme: Senato-Titolo V indivisibili. Ceccanti, prevalenza va a Regioni

di Angelo Mina. (ASCA) - Roma, 10 giu 2014 - La riforma del Senato e quella del Titolo V della Costituzione sono strettamente collegate, al punto che l'una non puo' stare senza l'altra. Lo ha detto piu' volte il premier Matteo Renzi e ultimamente lo ha ribadito con forza il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Graziano Delrio, sottolineando la forte aspettativa in questo senso da parte delle Regioni. Ma qual e' la ragione di questo stretto collegamento tra le due riforme, senza il quale, come e' stato detto, si avrebbe una riforma monca? ''Si', questo legame esiste ed e' essenziale sia dal punto di vista istituzionale sia da quello politico.

In ultima analisi -spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, docente di diritto pubblico comparato all'Universita' La Sapienza di Roma - possiamo dire che la riforma del Titolo V e' in realta' la vera riforma del Senato''. E per quanto riguarda la forte spinta in questo senso delle Regioni come si spiega? ''Basta riflettere sul fatto che per quanto si possa riscrivere bene il Titolo V, se le Regioni non si sentiranno rappresentate, alla Corte Costituzionale i conflitti si perpetuerebbero bloccando larga parte del lavoro della Corte stessa come avviene da vari anni. E per quanto concerne il Senato, dal mio modesto punto di vista, non sembrerebbe esserci parallelismo fra funzioni e composizione dell'organo. Ad esempio, e' possibile notare come 21 senatori di nomina presidenziale poco abbiano a che fare con un Senato delle Autonomie locali. Ma questo specifico sembra essere un problema in via di superamento vista la larga contrarieta' ai senatori di nomina quirinalizia''. Al centro del dibattito, che sta per riprendere a Palazzo Madama dopo la pausa dovuta ai ballottaggi delle amministrative, resta sempre il problema della composizione del nuovo Senato. Lei cosa suggerirebbe? ''La composizione, secondo me - spiega Ceccanti -, deve avere al centro il ruolo delle Regioni, con una presenza solo minore dei Comuni, che tenga conto non tanto del loro ruolo funzionale, che di per se' non ci sarebbe, trattandosi di dialogo tra legislatori, ma del peso politico assunto, specie dopo le riforme che dal 1993 sono partite proprio dai Comuni. Si possono rappresentare o le Giunte o Consigli regionali, l'importante e' che il baricentro stia li'''. Abolizione della legislazione concorrente ma anche abolizione delle province: molti si chiedono cosa aspettersi di vantaggioso da queste semplificazioni? ''Io starei attento - sostiene Ceccanti - a non enfatizzare gli altri cambiamenti del Titolo V, che sono meno importanti, per quanto significativi, rispetto alla composizione del Senato. Per quanto si semplifichino gli elenchi di materie alla fine una zona di sovrapposizione e' ineliminabile e quella si risolve o col conflitto alla Corte Costituzionale o col dialogo in un Parlamento rinnovato. Questa e' la scelta di gran lunga piu' importante. Poi ben venga il resto, compresa l'eliminazione della potesta' legislativa concorrente''. min/vlm

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