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pubblicato il 12/giu/2014 19:59

Riforme: Senato, sostituzioni politicamente discutibili ma ineccepibili

di Angelo Mina. (ASCA) - Roma, 12 giu 2014 - Le sostituzioni in Commissione Affari costituzionali del Senato di Mario Mauro e oggi di Corradino Mineo hanno suscitato forti polemiche al punto che qualcuno e' arrivato a scomodare dirigismi di stampo sovietico. Mauro e' stato sostituito dal gruppo Per l'Italia e Mineo dal Pd. Chissa' se ha un significato che le polemiche si siano prodotte al massimo volume solo oggi con Mineo e nel partito di Renzi. E' vero che ci sono state anche 14 comunicazioni di autosospensioni di senatori solidali con il caso Mineo, ma e' pure vero che ci sono stati due pesi e due misure tra l'uscita di Mauro e quella di Mineo. C'e' chi lo ha spiegato sostenendo che Mauro era piu' adatto per un attacco politico a Casini (il lord protettore di Pi) mentre Mineo potrebbe essere un valido detonatore per una fronda al segretario Pd (piu' che al presidente del Consiglio). E' fuori di ogni dubbio che il filo conduttore, la ragione profonda dei due casi e' politica e che la posta in gioco e' sempre lui: Matteo Renzi. E l'inasprimento dei toni e delle prese di posizione e' forse in coincidenza con un altro fatto politico: che si sta saldando un accordo politico sulla riforma del Senato, che potrebbe allargarsi oltre gli stretti confini della maggioranza coinvolgendo a sorpresa leghisti e ''esiliati'' dai 5 stelle. Comunque stiano le cose presto lo si verra' a sapere, probabilmente la prossima settimana. Ma il piano politico non esaurisce il caso perche' le vicende Mauro e Mineo si sono consumate in un contesto - quello del Senato - che ha un regolamento molto chiaro anche se dimenticato dai piu' proprio sulla composizione delle commissioni. ''Basterebbe andarsi a leggere il regolamento del Senato - spiega Salvatore Cureri, docente di diritto pubblico - per comprendere che tutto quanto accaduto non solo e' pienamente legittimo ma risponde pienamente al dettato costituzionale.

Ad inizio legislatura, infatti, non sono i senatori a scegliere a quale commissione parlamentare appartenere. Sono piuttosto i gruppi parlamentari che, dandone comunicazione alla Presidenza del Senato, provvedono a designare i propri rappresentanti nelle singole commissioni permanenti (art.

21.1 reg. Sen.). Si e' membri di una commissione, dunque, non per libera scelta di ogni singolo parlamentare, ma perche' si e' designati dal gruppo parlamentare d'appartenenza e di cui si e' in commissione, come dice il regolamento, rappresentanti, espressione che vale ad evidenziare il forte legame che intercorre tra parlamentare e gruppo d'appartenenza''. Ma questo non rappresenta una violazione di diritti costituzionali, come lamentato da Mineo? ''Tale disciplina regolamentare e' perfettamente conforme alla lettera della Costituzione, secondo cui - spiega ancora il prof Cureri - le Commissioni devono essere 'composte in modo da rispecchiare la proporzione dei gruppi parlamentari' (art. 72, comma 3)''.

Questo per evitare il rischio di disarmonie come una maggioranza in aula sia invece minoranza in una Commissione.

Infatti la composizione delle commissioni deve essere tale da rispettare le proporzioni esistenti tra i gruppi parlamentari. Principio che vale anche per gli stessi Gruppi per evitare che singolre minoranze condizionino le decisioni dei rispettivi gruppi politici. E' a queste disposizioni regolamentari che si sono appellati i gruppi di Pi e Pd per le sostituzioni sottolineando che il confronto nelle commissioni non e' tra singoli senatori ma tra ''rappresentanti dei gruppi'' come il regolamento del Senato li definisce. min/mau

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