sabato 03 dicembre | 08:29
pubblicato il 22/apr/2014 16:25

Riforme: sempre battaglia sul Senato. Vero obiettivo 'new deal' Renzi?

di Angelo Mina.

(ASCA) - Roma, 22 apr 2014 - In meteorologia si definirebbero chiari segnali di temporale in avvicinamento. In politica, nello specifico delle riforme istituzionali e piu' esattamente della riforma del Senato, nonostante gli intenti diplomatici si dovrebbero usare le stesse parole. L'aria e' decisamente temporalesca e nel pieno rispetto delle previsioni. Il Senato, o meglio la sua riforma, e' diventato una sorta di faglia su cui si stanno caricando spinte molto forti: quelle di chi si oppone ad una riforma che cancelli un passato a cui si e' legati anche psicologicamente; quelle di chi vuol conservare l'istituzione per conservare se stesso; quelle di chi pensa di sfruttare politicamente l'occasione per ridimensionare Renzi; quelle di chi crede veramente che con la riforma ci sia un rischio per la democrazia e l'apertura della strada al nuovo tiranno. Messa cosi' sembra un'Armata Brancaleone, ma la realta' pare proprio questa. Una realta' emersa nuovamente con forza a seguito di una intervista della ministra per le Riforme, Maria Elena Boschi, che sulle pagine di 'Repubblica' invita il senatore Pd Vannino Chiti a ritirare il suo ddl per un Senato elettivo, che non vota piu' la fiducia al Governo, ma che si pone come controllore e garante verso la Camera. ''Avevo 15 anni -dice la Boschi- quando l'Ulivo mise nelle sue tesi l'idea di un Senato non elettivo, sul modello tedesco. Nessuno grido' allo scandalo. Da ministro delle riforme Chiti confesso' in Parlamento di preferire l'ipotesi di un Senato eletto, ma indico' come alternativa la soluzione tedesca. Non vedo -commenta la Boschi- come possa appellarsi a un caso di coscienza. Se non aveva dubbi allora, non puo' averli oggi''. La risposta di Chiti non e' tardata ed e' arrivata nel segno della conferma della posizione assunta: no al ddl del governo che prevede l'elezione di secondo grado e mantenimento del ddl da lui presentato. ''Niente di nuovo sotto il sole: ringrazio il ministro Boschi -dice Chiti- di darmi atto di una coerenza di impostazione e quindi di non piegare le convinzioni sui cambiamenti alla Costituzione alle contingenze politiche del momento''.1 ''Ritengo - aggiunge Chiti - che nella situazione italiana, nel 2014 (che non e' il 1996) con la crisi di fiducia tra cittadini e istituzioni e il desiderio, a cui dare una risposta, di partecipazione diretta, la soluzione preferibile per la riforma del Parlamento sia una forte riduzione del numero dei deputati e dei senatori e un Senato eletto a suffragio universale''.

''La Costituzione va vista nel suo insieme: esige equilibri tra le istituzioni e tra i poteri. Non si puo' avere per la Camera -sostiene Chiti- una legge ipermaggioritaria, come e' l'Italicum, ricentralizzare molte competenze, come e' nella proposta del governo del nuovo Titolo V, e indebolire le funzioni di garanzia oltre che di rappresentanza dei territori del Senato. Se le modifiche della Costituzione non hanno un raccordo unitario - conclude Chiti - non si realizza un aggiornamento coerente ma si rischia di impoverire la nostra democrazia''. Cortesi -ambedue- nei toni, ma sembra di essere vicini a qualcosa che sembra una dichiarazione di guerra. Per capire meglio e per rimanere a Chiti e alla Boschi e rimanere al Pd e' utile a questo punto ricordare cosa dicevano le tesi dell'Ulivo che sono riconosciute nella loro validita' sia da Chiti e sia dalla Boschi. Si tratta delle tesi 1 e 4 dell'Ulivo sul totale di 88 che vennero votate e accettate plebiscitariamente da tutto il popolo democratico e che sono alla base del Partito Democratico. In particolare e' la quarta tesi che proponeva di trasformare il Senato in ''una Camera delle Regioni'', come strumento essenziale del federalismo. Dice la tesi: ''La realizzazione di un sistema di ispirazione federale richiede un cambiamento della lettura del Parlamento. Il Senato dovra' essere trasformato in una Camera delle Regioni, composta da esponenti delle istituzioni regionali che conservino le cariche locali e possano quindi esprimere il punto di vista e le esigenze della regione di provenienza. Il numero dei senatori (che devono restare esponenti delle istituzioni regionali) dipendera' dalla popolazione delle regioni stesse, con correttivi idonei a garantire le Regioni piu' piccole. Le delibere della Camera delle Regioni saranno prese non con la sola maggioranza dei votanti, ma anche con la maggioranza delle Regioni rappresentate. I poteri della Camera delle Regioni saranno diversi da quelli dell'attuale Senato, che oggi semplicemente duplica quelli della Camera dei Deputati. Alla Camera dei deputati sara' riservato il voto di fiducia al Governo. Il potere legislativo verra' esercitato dalla Camera delle Regioni per la delibera-zione delle sole leggi che interessano le Regioni, oltre alle leggi costituzionali''. Cosa e' cambiato dai giorni delle tesi a oggi? Dal punto di vista di principio, istituzionale, ben poco. Dal punto di vista politico invece e' cambiato molto. E' cambiata la vita del partito con un segretario (e premier) che persegue una sorta di rivoluzione rispetto al passato: un ammodernamento del Paese a partire dalle sue strutture e prima ancora dal mondo politico. Un mondo che in quella prospettiva maggioritaria e neoparlamentare (piu' poteri al governo sul modello Westminster) si sente minacciato. Dove finirebbero tutte le mediazioni e i poteri oligarcici legati ad una forma di consociativismo vetero proporzionale? E quante clientele e posti consolidati (e lottizzati) nell'amministrazione verrebbero a saltare? Pare di capire che la battaglia possa essere molto meno nobile di quanto viene dichiarato. Non tanto di equilibri e valori istituzionali si tratterebbe quanto di equilibri ''politici'' di potere. Se e' cosi' si comprendono le manovre di schieramento correntizio dentro al Pd, ma anche fuori, come nel caso della riforma del Senato che vede in via di formazione uno schieramento singolare per la sua eterogeneita', che intorno ad un nucleo di sinistra del Pd vede convergere destre come quelle di Fi, Lega Nord, Fratelli d'Italia, grillini e la sinistra di Sel. C'e' chi sostiene che a questo punto la vera posta in gioco sia Renzi e il suo new deal. E' una tesi cosi' irreale?.

min/vlm

TAG CORRELATI
Gli articoli più letti
Riforme
Renzi: brogli voto estero? Film che ritorna da chi teme sconfitta
Riforme
Referendum, Salvini: voto estero comprato ma no vincerà comunque
Riforme
Renzi: col Sì Italia più forte in Ue su crescita e immigrazione
Riforme
Politici, vip e costituzionalisti, tutti divisi al referendum
Altre sezioni
Salute e Benessere
Medici: atleti tendono a sovrastimare problemi cardiovascolari
Enogastronomia
Nasce il Movimento Turismo dell'Olio
Turismo
Turismo, Franceschini: il 2017 sarà l'Anno dei Borghi
Lifestyle
Yocci, il Re della Torta di Carote e... il modo di essere
Moda
Gli angeli sexy di Victoria's Secret sfilano a Parigi
Sostenibilità
Smart City, modello Milano grazie a ruolo utilities
Efficienza energetica
Pesticidi: una minaccia per le api, colpito anche l'olfatto
Scienza e Innovazione
Ministeriale Esa, Battiston (Asi): l'Italia è molto soddisfatta
Motori
Audi A3 compie 20 anni, 3 generazioni e 4 milioni di esemplari