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pubblicato il 07/lug/2014 16:55

Riforme: il gioco dell'oca delle fronde trasversali a Pd e FI

di Angelo Mina.

(ASCA) - Roma, 7 lug 2014 - Con l'avvicinarsi della conclusione dei lavori della Commissione Affari costituzionali del Senato in tema di riforme, con il conseguente passaggio all'Aula per l'approvazione del ddl di riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione, l'impressione e' simile a quella di un vecchio gioco da tavola: il Gioco dell'Oca, quando arrivando ad una certa casella si leggeva ''torna al punto di partenza''.

Sembravano quasi superate, o quanto meno ridotte al minimo, le polemiche sul Senato elettivo, con i senatori cioe' eletti dai cittadini, o sulla elezione di secondo grado da parte delle regioni. Invece le stesse polemiche ritornano oggi con pari forza e medesima motivazione. Sia all'interno della maggioranza, prevalentemente nel Pd, sia nell'opposizione, prevalentemente in Fi, si e' prodotta una fronda che minaccia di non votare il ddl e ancor piu' di fare mancare quei voti che potrebbero aggiungersi ai grillini per poter stravolgere il progetto di riforma del governo.

Insomma mettere a rischio la tenuta di quel Patto del Nazareno che e' invece assicurato sia da Renzi sia da Berlusconi.

Ma quanto e' consistente questa fronda? E soprattutto fin dove e' credibile nelle motivazioni espresse? Dal punto di vista dei numeri si registra una potenziale opposizione di 19 senatori su 92 all'interno del Pd. Una fronda guidata da Vannino Chiti e da Corradino Mineo che al di la' del tipo di elezione contesta la concezione di fondo della riforma, non condividendo la fine del bicameralismo e la oggettiva conseguente concentrazione di funzioni (e poteri) nella Camera dei deputati, eletta con una legge ritenuta eccessivamente maggioritaria. Alla fronda del Pd si affianca quella piu' consistente all'interno di Fi che conta (sempre potenzialmente) 39 senatori su 59. Qui il ruolo di superfalco se lo e' assunto Augusto Minzolini che e' arrivato a definire la riforma in discussione una svolta di tipo sovietico che farebbe del segretario del Pd Renzi un equivalente del segretario del Pcus. Anche i dissidenti di Fi contestano la fine del bicameralismo o quanto meno l'eccessiva riduzione del ruolo del Senato che vorrebbero invece mantenere in diversi settori legislativi.

La prima fronda, quella del Pd, appare piu' compatta rispetto alla seconda. Compatta anche se sembra di cogliere una diversita' di motivazioni. Personaggi come Chiti, Casson e Mucchetti hanno piu' volte spiegato di volersi battere per un sistema istituzionale che ritengono piu' democratico ed equilibrato, grazie ad un Senato che, pur privato del potere di votare la fiducia al Governo, con il mantenimento di una serie di funzioni legislative puo' svolgere un ruolo di ''garante'' rispetto alla Camera politica e maggioritaria.

In sostanza il cuore della fronda e' un sospetto, quello che la riforma produca troppa accentrazione di potere in fin dei conti in mano al governo. A questo si aggiunge pero' il sospetto di direzione opposta che molti frondisti usino i timori istituzionali in realta' per una guerra interna al Pd, la cui posta sarebbe un ridimensionamento del segretario Renzi.

Se cosi' stanno le cose, la parte preoccupata istituzionalmente e' ''abbordabile'' con una mediazione che permetta una forma elettiva dei senatori in coincidenza con le elezioni regionali, magari con appositi listini. E una mediazione in questo senso e' stata prospettata anche dallo stesso Chiti. Per quanto riguarda gli altri, se la posta e' Renzi, difficilmente faranno rientrare il loro dissenso e, anzi, continueranno a cercare sponde nella sinistra di Sel ma anche nei grillini, naturalmente sempre in nome della salvaguardia istituzionale.

Nel campo di Forza Italia, il discorso e' del tutto diverso. Qui i maggiori oppositori svolgono una tesi al centro della quale c'e' l'interesse del partito e la convinzione di non cedere nulla al ''nemico'' Renzi che dall'alleanza per le riforme ha tutto da guadagnare rafforzando il suo potere. Che le cose stiano cosi', con una preoccupazione cioe' riferita solo a casa propria, lo ha spiegato Minzolini in una intervista rilasciata alla Stampa. ''Che senso ha - si e' chiesto - dire: se Forza Italia non la vota (la riforma) Renzi ci asfalta e ci porta a elezioni anticipate? Ho spiegato a Berlusconi - dice Minzolini - che se riusciamo a fare passare il Senato elettivo, Renzi dovra' pensare ad una legge elettorale anche per Palazzo Madama: questa e' la salvaguardia per arrivare alla fine della legislatura.

Perche' invece Renzi ha fretta? In primavera potrebbe avere problemi ed essere costretto a fare una manovra finanziaria: a quel punto, con la riforma approvata come vuole lui, ci dice: signori e' stato bello, ora andiamo a votare perche' questo parlamento non mi fa governare''.

Ma questo ''ragionamento interno'' quanto reggera' al richiamo all'ubbidienza di Berlusconi? Quando si e' parlato di fronda che mette in discussione la stessa leadership del Capo forse si e' un po' esagerato.

Sull'altra sponda del fiume il discorso e' diverso e il disinnesco della fronda e' quello della strada che porta ad una mediazione che coinvolga anche la legge elettorale: l'Italicum dove un innalzamento della soglia dal 37 al 40% per andare al ballottaggio e' ormai nella logica delle cose, come lo sbarramento per entrare in Parlamento che potrebbe scendere per tutti (coalizzati e non) al 5%. E poi c'e' la questione preferenze (o preferenza?) per le quali lo stesso Renzi ha detto che non ne farebbe una guerra.

min/mau

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