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pubblicato il 15/lug/2014 18:59

Riforme: fine bicameralismo e poteri rafforzati governo in Parlamento

+++D'Alimonte: svolta verso maggiore responsabilizzazione di chi governa verso gli elettori+++. di Angelo Mina.

(ASCA) - Roma, 15 lug 2014 - Cosa c'e' di antidemocratico, di attentato alla Costituzione e di svolta autoritaria nella riforma costituzionale all'esame del Senato? Interrogativi gravi posti in questi giorni da manifestazioni dai toni allarmati. Gli stessi interrogativi (ma sarebbe meglio parlare di affermazioni senza dubbi) in modo drammatico vengono posti anche da parlamentari e da giuristi che sono stati appellati i ''professoroni''. Tutti concordi nel sostenere che la riforma affiancata da una legge elettorale ''ipermaggioritaria'' come l'Italicum porterebbe a una situazione in cui il presidente del Consiglio sarebbe il dominus, il padrone del parlamento, con una dittatura della maggioranza che si estenderebbe a tutte le istituzioni: presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Corte dei Conti, Csm e via dicendo. A parte il naturale sospetto di qualche esagerazione polemica di chi resta convinto che sia meglio il sistema proporzionale, il mantenimento del bicameralismo e la designazione dei governi a dopo le elezioni (in sostanza, quello che e' stato per sessant'anni in Italia), la domanda da farsi e' cosa prevede veramente la riforma del Senato e del Titolo V della Costituzione. Naturalmente sono molti gli aspetti coinvolti nella riforma, ma se si vuole indicare cosa ne sia il cuore, il nucleo attorno al quale la riforma ha preso corpo, i punti portanti senza i quali la riforma verrebbe meno, sono la fine del bicameralismo perfetto e il rafforzamento dei poteri del governo in Parlamento. Del bicameralismo perfetto (o paritario) si e' detto e scritto praticamente tutto. Ma per comprendere bene cosa significhi questa impostazione va ricordato come e' nata. Erano gli anni del dopoguerra e soprattutto della guerra fredda con il mondo (e l'Italia) diviso in Est e Ovest, l'Est sovietico e comunista, l'Ovest democratico e libero (e soprattutto americano). In questo contesto di contrapposizione, anche armata, l'idea di avere un sistema bicamerale perfetto nacque da noi in conseguenza della paura della prevalenza di una parte sull'altra. Insomma una garanzia che gli equilibri politici non sfociassero in una vittoria dominante di una parte sull'altra. Impostazione significativamente assistita da un sistema elettorale proporzionale che di fatto faceva del Parlamento una camera di compensazione dei conflitti evitando che degenerassero in aperta contrapposizione sociale. Questo sistema a livello parlamentare ha comportato una duplicazione delle decisioni che da garanzia sono col tempo diventati atti in fotocopia.

Tutto quello che faceva la Camera doveva essere specularmente confermato dal Senato e viceversa. Sono passati 60 anni e la divisione del mondo Est-Ovest e' venuta meno, sono pressoche' estinti i comunisti ma da noi e' rimasto in piedi il bicameralismo perfetto che ci condanna a duplicazioni ripetitive e ormai senza senso, che pero' impongono tempi lunghi, lunghissimi, per decisioni legislative che in un mondo totalmente diverso da ''allora'' vanno prese in tempi ragionevolmente rapidi. Basta osservare la velocita' dei processi economici e finanziari, quella che e' stata definita la globalizzazione (anche della criminalita') per convincersi. Ecco il primo punto della riforma riguarda proprio questo e cerca di attuarlo ricorrendo ad una differenziazione di funzioni e ruoli tra Senato e Camera. Il Senato della riforma non dara' piu' la fiducia al governo e la sua competenza specifica sara' di rappresentanza territoriale e tra questa e lo Stato centrale, sul modello del tedesco Bundesrat. Sono pero' previsti poteri come quelli della Camera: revisioni della Costituzione, ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia alla Ue, referendum popolari e naturalmente tutte le questioni proprie dell'ordinamento regionale. Sulle altre materie, come spiega il politologo prof. Roberto D'Alimonte, in particolare le leggi di bilancio e quelle che toccano le competenze delle regioni, il nuovo Senato potra' proporre modifiche ai testi trasmessi dalla Camera. Se approvate dai senatori a maggioranza assoluta la Camera potra' respingerle a sua volta solo a maggioranza assoluta. ''Questa norma -commenta D'Alimonte- mette nelle mani del Senato un potere superiore a quello che appare a prima vista''. A questo punto vale la pena di ricordare che se la nuova legge elettorale sara' l'Italicum, chi vince anche in caso di ballottaggio avra' il 52% dei seggi della Camera, ovvero solo 321 seggi su 630 il che vuol dire una maggioranza di soli 9 voti. Se un domani si verificasse una ''fronda'' come quella di oggi all'interno della maggioranza (anche solo del Pd) e' evidente che il potere del Senato sarebbe molto forte, altro che ridimensionamento. Il secondo punto portante della riforma e' il potenziamento del governo in Parlamento, quindi in ambito legislativo. Il potere maggiore che la riforma gli riconosce e' quello gia' definito in modo sanguinario come la ghigliottina. Si tratta del potere del governo di chiedere l'approvazione o meno di un disegno di legge ''indicato come essenziale per l'attuazione del programma'' entro un tempo certo, 60 giorni decorsi i quali si interrompe l'esame in corso e il ddl viene posto in votazione (articolo per articolo e votazione finale) che puo' essere di approvazione o di bocciatura. Un meccanismo che dovrebbe porre fine all'abuso della decretazione d'urgenza che da anni di fatto ingolfa il parlamento oltre a violare lo spirito della Costituzione che il decreto lo prevede come forma eccezionale. E' una svolta autoritaria? un attentato alla democrazia? ''Una volta approvata questa modifica costituzionale, insieme alla riforma del Senato, il governo -spiega D'Alimonte- non avra' piu' alibi. A differenza di quanto sostengono i detrattori di questa riforma, e' una svolta verso una maggiore responsabilizzazione di chi governa davanti agli elettori''. min

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